Shirin Posted July 27, 2009 at 06:56 PM Posted July 27, 2009 at 06:56 PM Ma grazie carissima! Quote http://i47.tinypic.com/2gxme5s.jpg http://www.celinedionitalia.com/banner.pngTCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart
*Francy* Posted September 2, 2009 at 01:47 PM Posted September 2, 2009 at 01:47 PM René è arrivato una sera con M. Eddy Marnay, e Mia Dumont, l'amica del cuore di M. Marnay. Eravamo in parecchi a casa, ma mi ricordo che non abbiamo fatto passare un test a nessuno. Eravamo tutti impressionati e formidabilmente intimoriti, anche un po' preoccupati. All'epoca, nel nostro mondo, tutti credevano che tutti i Francesi fossero snob e malfidenti, e che pretendessero sempre di sapere tutto su tutti, quando, di fatti, non sapevano niente di niente. Ma Eddy era un uomo gentile e delicato, come mai ne avevamo incontrati, sempre pieno di attenzioni. Anche se parlava meglio di noi, molto spesso utilizzando termini di cui conoscevamo solo vagamente il significato, ma senza averli mai utilizzarti, e anche se aveva viaggiato per il mondo e conosciuto le più grandi stelle del secolo, non ci ha mai guardati con malfidenza o accondiscendenza.Al contrario, Eddy era incuriosito da noi. Ci poneva mille domande. Sembravamo realmente averlo meravigliato, per il fatto che i miei genitori avessero quattordici figli, e che mio padre avesse costruito la nostra casa con le sue mani, che mia madre scrivesse canzoni, che cantassimo e facessimo tutti musica...Abbiamo adottato anche lui. Per sempre.Era più anziano dei miei genitori. Aveva circa cinque volte la mia età. Ma è presto diventato un vero amico, un amico molto caro, molto vicino, molto più vicino di quanto non fosse René in quel momento...Eddy è una delle persone con cui ho amato di più parlare. Sapeva avvicinarmi, mettermi in confidenza, più dei ragazzi e delle ragazze della mia età. Gli rivelavo tutti i miei segreti. E quello che gli dicevo sembrava appassionarlo. Per scrivermi delle canzoni, aveva bisogno di fare profondamente conoscenza con me. La mia vita da adoloscente era piuttosto semplice da raccontare. Non avevo ragazzi. E se pensavo alle volte all'amore, non gli davo il volto di un ragazzo. In compenso gli parlavo molto di mia madre: lei era il mio universo, il mio sole. Mi correggeva a volte, quando dicevo cose come :"se avrei" o "il fiore profuma buono". Ma senza mai prendermi in giro. Molto presto, qualche giorno dopo il nostro primo incontro, ci ha portato una canzone scritta per me, "La voix du bon Dieu". E, per molti giorni, mi ha fatto lavorare sul testo della canzone, finché non è stato sicuro che ne capissi tutte le sfumature. "Non devi mai cantare un testo che non possiedi completamente", mi diceva.Aveva anche avuto paura quando gli avevo detto che, per degli anni, avevo cantato, come le mie sorelle, parti di canzoni in inglese senza capirne una sillaba. Avevo pensato a lungo, per esempio, che "Let's Get Physical" fosse una sorta di proposta indecente, un invito all'amore, quando si trattava prima di tutto di un elogio all'esercizio fisico. "Non devi mai più cantare canzoni che non sono fatte per te, e delle cose che non hai realmente vissuto."Eddy, come René, mi diceva che avevo una gran bella voce, e che cantavo con molto sentimento. Ma, quando abbiamo cominciato a lavorare seriamente, mi ha parlato con una grande franchezza di molti difetti che avrei dovuto correggere prima di entrare in studio. Eravamo soli nel salone. René giocava a carte con i miei genitori in cucina. Credo che sapessero tutti e tre con che argomenti Eddy volesse intrattenermi. Mi ha spiegato che la mia voce diventava troppo nasale, soprattutto negli acuti. E che a volte facevo troppi fiori e arabeschi, come diceva, molte decorazioni."Bisogna che questo sia giustificato e necessario. Tu soffochi troppo spesso le parole sotto i vocalizzi. Per dare ad una parola tutto il suo senso devi pesarla come serve, devi pensare a ciò che contiene, a tutto quello che può significare. Alcune le urlerai, le morderai, altre potrai sussurrarle. Ce ne sono che possono essere sottolineate. Delle altre che servono solo a legare due idee o che valgono solo per la loro sonorità."Mi bevevo le sue parole. Stava demolendo completamente l'interpretazione che avevo fatto di "Ce n'était qu'un reve"... e ne ero felice. Perché aveva soluzioni per tutto, perché era là, rassicurante, attento, intelligente, complice. Sapevo che insieme saremmo andati lontani, molto lontani. Era il mio confidente, il mio consigliere, il mio amico...Prima di entrare in studio, mi faceva preparare tutto nella mia testa per qualche giorno. Poi cantava con me. Aveva una voce senza particolari qualità, ma sempre molto appropriata. Riprendevamo ogni frase, venti, cinquanta, cento volte. Mi diceva dove, quando, come e perché fare una pausa; come accompagnare una parola fino a farmi mancare il respiro. E vedavamo il tempo passare. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
celine978 Posted September 2, 2009 at 02:03 PM Posted September 2, 2009 at 02:03 PM Francyyyyyyyyyyyy appena tornata e già subito al lavoro!!!!!! grazieeeeeeeee Quote http://img220.imageshack.us/img220/8303/2007montecarlocelinediohp2.gif THE DIVA'S ARRIVALMontecarlo, 4th november 2007
Shirin Posted September 3, 2009 at 11:29 AM Posted September 3, 2009 at 11:29 AM Grazie mille!!! Fra, ma questo è sempre capitolo 2? Quote http://i47.tinypic.com/2gxme5s.jpg http://www.celinedionitalia.com/banner.pngTCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart
*Francy* Posted September 3, 2009 at 02:18 PM Posted September 3, 2009 at 02:18 PM Grazie Shirin di ricordarmi sempre di selezionare di nuovo il cervello su on al ritorno delle vacanze ! Si si, capitolo 2!E il trucco c'è, sono un po' più avanti con la traduzione rispetto a quello che posto qui, in modo da poter avere un margine nei casi (non troppo rari purtroppo) in cui non abbia molto tempo per tradurre! Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
Shirin Posted September 3, 2009 at 03:56 PM Posted September 3, 2009 at 03:56 PM Grazie grazie!! Quote http://i47.tinypic.com/2gxme5s.jpg http://www.celinedionitalia.com/banner.pngTCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart
florisd Posted September 4, 2009 at 11:00 AM Posted September 4, 2009 at 11:00 AM René è arrivato una sera con M. Eddy Marnay, e Mia Dumont, l'amica del cuore di M. Marnay. Eravamo in parecchi a casa, ma mi ricordo che non abbiamo fatto passare un test a nessuno. Eravamo tutti impressionati e formidabilmente intimoriti, anche un po' preoccupati. All'epoca, nel nostro mondo, tutti credevano che tutti i Francesi fossero snob e malfidenti, e che pretendessero sempre di sapere tutto su tutti, quando, di fatti, non sapevano niente di niente. Ma Eddy era un uomo gentile e delicato, come mai ne avevamo incontrati, sempre pieno di attenzioni. Anche se parlava meglio di noi, molto spesso utilizzando termini di cui conoscevamo solo vagamente il significato, ma senza averli mai utilizzarti, e anche se aveva viaggiato per il mondo e conosciuto le più grandi stelle del secolo, non ci ha mai guardati con malfidenza o accondiscendenza.Al contrario, Eddy era incuriosito da noi. Ci poneva mille domande. Sembravamo realmente averlo meravigliato, per il fatto che i miei genitori avessero quattordici figli, e che mio padre avesse costruito la nostra casa con le sue mani, che mia madre scrivesse canzoni, che cantassimo e facessimo tutti musica...Abbiamo adottato anche lui. Per sempre.Era più anziano dei miei genitori. Aveva circa cinque volte la mia età. Ma è presto diventato un vero amico, un amico molto caro, molto vicino, molto più vicino di quanto non fosse René in quel momento...Eddy è una delle persone con cui ho amato di più parlare. Sapeva avvicinarmi, mettermi in confidenza, più dei ragazzi e delle ragazze della mia età. Gli rivelavo tutti i miei segreti. E quello che gli dicevo sembrava appassionarlo. Per scrivermi delle canzoni, aveva bisogno di fare profondamente conoscenza con me. La mia vita da adoloscente era piuttosto semplice da raccontare. Non avevo ragazzi. E se pensavo alle volte all'amore, non gli davo il volto di un ragazzo. In compenso gli parlavo molto di mia madre: lei era il mio universo, il mio sole. Mi correggeva a volte, quando dicevo cose come :"se avrei" o "il fiore profuma buono". Ma senza mai prendermi in giro. Molto presto, qualche giorno dopo il nostro primo incontro, ci ha portato una canzone scritta per me, "La voix du bon Dieu". E, per molti giorni, mi ha fatto lavorare sul testo della canzone, finché non è stato sicuro che ne capissi tutte le sfumature. "Non devi mai cantare un testo che non possiedi completamente", mi diceva.Aveva anche avuto paura quando gli avevo detto che, per degli anni, avevo cantato, come le mie sorelle, parti di canzoni in inglese senza capirne una sillaba. Avevo pensato a lungo, per esempio, che "Let's Get Physical" fosse una sorta di proposta indecente, un invito all'amore, quando si trattava prima di tutto di un elogio all'esercizio fisico. "Non devi mai più cantare canzoni che non sono fatte per te, e delle cose che non hai realmente vissuto."Eddy, come René, mi diceva che avevo una gran bella voce, e che cantavo con molto sentimento. Ma, quando abbiamo cominciato a lavorare seriamente, mi ha parlato con una grande franchezza di molti difetti che avrei dovuto correggere prima di entrare in studio. Eravamo soli nel salone. René giocava a carte con i miei genitori in cucina. Credo che sapessero tutti e tre con che argomenti Eddy volesse intrattenermi. Mi ha spiegato che la mia voce diventava troppo nasale, soprattutto negli acuti. E che a volte facevo troppi fiori e arabeschi, come diceva, molte decorazioni."Bisogna che questo sia giustificato e necessario. Tu soffochi troppo spesso le parole sotto i vocalizzi. Per dare ad una parola tutto il suo senso devi pesarla come serve, devi pensare a ciò che contiene, a tutto quello che può significare. Alcune le urlerai, le morderai, altre potrai sussurrarle. Ce ne sono che possono essere sottolineate. Delle altre che servono solo a legare due idee o che valgono solo per la loro sonorità."Mi bevevo le sue parole. Stava demolendo completamente l'interpretazione che avevo fatto di "Ce n'était qu'un reve"... e ne ero felice. Perché aveva soluzioni per tutto, perché era là, rassicurante, attento, intelligente, complice. Sapevo che insieme saremmo andati lontani, molto lontani. Era il mio confidente, il mio consigliere, il mio amico...Prima di entrare in studio, mi faceva preparare tutto nella mia testa per qualche giorno. Poi cantava con me. Aveva una voce senza particolari qualità, ma sempre molto appropriata. Riprendevamo ogni frase, venti, cinquanta, cento volte. Mi diceva dove, quando, come e perché fare una pausa; come accompagnare una parola fino a farmi mancare il respiro. E vedavamo il tempo passare. Francy sei meravigliosa ^_^ se volevi una mano bastava dirlo solo che ahimé io ce l'ho in inglese, impiegherei più tempo comunque ti ringraziamo di CUORE per questa traduzione, sei dolcissima e questa parte dell'infanzia di Céline è da tradurre perchè p straordinaria.GRAZIE :wub: Quote Frankfurt am main 14 juin 2008Montréal 12-14-15 fevriér 2009 - l'Italie est ici pour toi!Las Vegas 15-16-19 march 2011http://www.celinedionitalia.com/banner.pngVisita CelineDionItalia.com
*Francy* Posted September 4, 2009 at 12:49 PM Posted September 4, 2009 at 12:49 PM Grazie a te floris! La mia non voleva assolutamente essere una lamentela, ma davvero grazie perché non è la prima volta che mi offri il tuo aiuto! Prometto allora che se avrò dei periodi particolarmente impegnativi a scuola te lo farò sapere, in modo da non lasciare la storia indietro per troppo tempo! Ancora grazie! Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
cla Posted September 4, 2009 at 08:18 PM Posted September 4, 2009 at 08:18 PM che gentile mi sto godendo fino in fondo queste righe... aspetto con ansia il resto!!! grazie!! Quote http://img31.imageshack.us/img31/4003/collagedipicnikfi.jpg
behabbic Posted September 4, 2009 at 08:52 PM Posted September 4, 2009 at 08:52 PM Grazie 1000 si sentono le cose fatte con il cuore Quote Chair de ma chair Coeur de mon coeur,mon fils,laisse moi mourir avec toi.
*Francy* Posted September 6, 2009 at 02:33 PM Posted September 6, 2009 at 02:33 PM E' un piacere condividerlo con voi ! Ha ragione floris quando dice che questa parte è stupenda, vedrete che poi sarà addirittura meglio! CAPITOLO 2- parte 8 Qualche giorno prima della fine dell'anno scolastico, in pieno periodo d'esami, René è passato da casa per annunciarci che aveva fatto sentire "Ce n'était qu'un reve" a Michel Jasmin e che quest'ultimo era letteralmente "caduto per terra", anche lui. Voleva ad ogni costo invitarmi al suo talk-show, il più ascoltato sulle televisioni quebecchesi. Ne avremmo approfittato per lanciare il mio primo quarantacinque giri. Avrei lanciato anche me stessa, in una certa maniera. Sarebbe stata, di fatto, la mia prima apparizione pubblica, il mio battesimo sulle onde televisive. "E' il talk show più importante in Canada" mi diceva René "un milione di persone stanno per vederti cantare. Jasmin è il migliore, vedrai!"Mia madre mi ha confezionato un vestito rosa, con una cintura in vita, con delle maniche a sbuffo. Tre giorni, o per meglio dire, tre notti di lavoro. Mia sorella Dada ha scovato delle basi di seta della stessa tonalità in un negozio a Repentigny. Ma abbiamo provato di tutto, siamo arrivate a cercare dappertutto, fino ai grandi magazzini di rue Sainte-Catherine, non abbiamo potuto trovare delle scarpe dello stesso colore. Alla fine, mia mamma ha dovuto tingere di rosa dei sandali di cuoio che avevo. Manon mi ha pettinata e truccata. L'aveva già fatto centinaia di volte per divertimento. Mia sorella adora pettinare e truccare gli altri. Ma, quel giorno, era nervosa, lo sentivo. Ci ha messo molto tempo a farmi una pettinatura adeguata. Bisogna dire che non ho una capigliatura facile. Al naturale, sono riccia come una pecora. E allora avevo i capelli molto lunghi. Se erano asciugati male e mal sistemati, erano incontrollabili. Avevo l'aria di un vero clown!Siamo arrivati a Télé-Métropole, mia madre, René ed io, almeno due ore prima della registrazione della trasmissione. René ci ha presentate entrambe al realizzatore, al regista, ai cameramen, agli assistenti, agli altri invitati presenti allo show. Ma non ha detto loro, questa volta, che sarebbero catuti per terra sentendomi cantare. Questo mi è stato di sollievo, ma mi ha anche fatto preoccupare. Per un momento, ho creduto che non credesse più così profondamente in me. Faceva freddo in quello studio. Quando è venuto il momento di ripetere la mia canzone, ho realizzato che avevo una fifa blu delle telecamere. Non riuscivo a capire quale dovessi guardare. René mi aveva fatto uno schema, avrei dovuto cantare le prime due strofe guardando il pubblico, poi il ritornello con il volto rivolto alla telecamera. Poi, avrei alternato. Ma il pubblico non c'era ancora, solo gradinate vuote che potevano ospitare centinaia di persone. E, mentre cantavo, le telecamere si spostavano di continuo. Quando mi guardavo nel monitor, mi vedevo di profilo, mai in volto come nello specchio di camera mia. Ero totalmente disorientata. Facevo del mio meglio, cercavo di concentrarmi, ma quel vuoto, quel freddo, l'occhio nero della telecamera, erano terrorizzanti. "Dovrai buttarti" mi diceva René. "Guarda una telecamera, non importa quale, entraci dentro, seguila... ditti che attraverso di lei parli a tua madre e lei ti ascolta. E che ti vuole bene".Avevo paura di dimenticarmi le parole, o che la mia voce si mettesse a tremare, o di scoppiare in lacrime. Mi immaginavo di uscire di corsa dallo studio. E fine della grande carriera di cantante. Per essere tranquilla, volevo toccare legno, come faceva spesso René. Ma non ce n'era in studio. René l'ha ha cercato con me. Alla fine, ha scorto in un portacenere la pipa di uno degli altri invitati, il cantante Fernand Gignac. Gli ha chiesto di cosa fosse fatta."E' erica", ha risposto M. Gignac. "Ecco, è legno", mi ha detto René. Ho toccato la pipa ancora tiepida di Fernand Gignac, e questo mi ha un po' rassicurato. Quando Michel Jasmin mi ha presentato al pubblico, ero in piedi nell'ombra, tremante. René si teneva dietro di me, la sua testa vicinissima alla mia. E mi ha detto: "Vai. Mostra loro che sei la migliore."Era come tuffarsi nel vuoto. Non si vede più niente. Si avanza su un palco come se tutto stia per sfondarsi. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
CELINO Posted September 6, 2009 at 04:44 PM Posted September 6, 2009 at 04:44 PM Grazie!! :drool: Quote
dada Posted September 6, 2009 at 06:48 PM Posted September 6, 2009 at 06:48 PM grazie Francy per la traduzione!! sei molto carina a permettere a chi cime me non ha ancora il libro di poterne leggere dei passi e oltretutto tradotti!! ciao!! Quote
*Francy* Posted September 9, 2009 at 04:28 PM Posted September 9, 2009 at 04:28 PM Un po' più corto oggi! Perché qui finisce il paragrafo e non mi piaceva l'idea di tagliare a metà quello nuovo! CAPITOLO 2-parte 9Ma come al solito, da quando ho cominciato a cantare, il panico è svanito. Mi sono sentita veramente molto bene. Fissavo l'occhio della telecamera, sapendo che attraverso di lei un milione di persone almeno mi guardavano e mi ascoltavano. Di tanto in tanto, posavo gli occhi sul pubblico che rempiva lo studio. Distinguevo nella penombra mio padre, mia madre, i miei fratelli con le loro mogli, le mie sorelle con i loro mariti, che mi guardavano, che mi amavano. E avevo l'impressione in alcuni istanti che cantassero tutti in coro con me...Terminata la mia canzone, la mia paura è tornata al galoppo. Di cantare, ero capace. Era naturale quanto respirare. Ma rispondere alle domande di un conduttore televisivo, era tutta un'altra storia. Realizzai d'un tratto che non avevo niente da dire. A parte che amavo cantare e che volevo fare questo per tutta la mia vita. Mi sembrava un po' limitato. Michel Jasmin ha ricordato la mia età, tredici anni, e ha detto che mia madre e mio fratello avevano scritto questa canzone. Si è complimentato calorosamente con me per la mia voce e mi ha chiesto molto cordialmente se contassi di seguire dei corsi di canto. Ha assunto un'aria molto stupita. Gli ho risposto assai bruscamente, come se fosse logico, come se andasse da sé, che non ne avevo alcun bisogno. Non so perché ho risposto così. Ero contenta della mia interpretazione e della mia vittoria sul panico, ma sapevo bene, Eddy me l'aveva ripetuto abbastanza, che avevo ancora un'enormità di cose da imparare. La mia risposta deve essere sembrata buffa e pretenziosa. Ma volevo così tanto diventare la più grande cantante al mondo che mi capitava di pensare di averne già tutti i mezzi. Di pensare di essere già la più grande. Credevo così fortemente in me che la modestia scompariva quando si parlava della mia voce. Credo poi oggi che, contrariamente a Eddy, René incoraggiasse questo atteggiamento e che non fosse del tutto scioccato da quel che avevo risposto a Michel Jasmin. Più tardi ha voluto che seguissi corsi di canto, ma mi ha sempre spinto a dire chiaro e tondo che ero capace di gettare tutti a terra. "Se vuoi andare lontano, è necessario che tu sappia che sei in grado di andarci e che tu lo dica a tutti. Così, ti obblighi ad andarci.". Ecco ciò che pensava. Qualche ora dopo la registrazione, ho visionato la trasmissione nel salotto dei miei genitori, circondata dai miei fratelli e sorelle. Quando cantavo, andava bene. Era tutto giusto, lo sapevo. La voce funzionava bene. E non si perdeva una parola. Ma ho veramente detestato vedere l'intervista che avevo dato. Mi trovavo saccente. E, se c'è una cosa che mi dà fastidio sulla terra, è sicuramente quella gente che ha sempre capito tutto, che non ha mai avuto paura, che ha opinioni su tutto e che crede di non avere niente da impararare da nessuno. Non ho alcun ricordo della reazione di René. Non mi ricordo neanche più se fosse nel salone al momento della messa in onda della trasmissione. Per contro, mi ricordo che nei giorni seguenti, nel suo ufficio, Boulevard de Maisonneuve, ho dovuto subire di nuovo la dura prova di rivedermi cantare e dire scempiaggini a Michel Jasmin. Più volte. René non ha dato nessun giudizio. Non è stato necessario nessun commento, salvo sulla mia maniera di tenere il microfono troppo in alto davanti alla bocca e di passarlo senza sosta da una mano all'altra, due vizi di cui mi sarei dovuta sbarazzare. Tutto quello che voleva, in fondo, era che imparassi a giudicarmi. Come se facessi parte del pubblico. E' molto duro. Ma bisogna passare per di là. Per degli anni, René mi ha imposto quest'esercizio ogni volta che passavo alla televisione. Dovevo vedere la trasmissione e guardarmi cantare, cosa che mi faceva più paura che affrontare grandi folle. Se avessi trovato delle cose disastrose, le avrei corrette presto e non ci avrei più pensato. Ho questa capacità di non ripensare incessantemente al passato. Non conservo dispiaceri inutili. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
CELINO Posted September 10, 2009 at 09:54 AM Posted September 10, 2009 at 09:54 AM Grazie ancora Francy.E' un po' triste però che dopo tutto questo lavoro che fai, tutto resti solo per noi soliti.. A lavoro completato vedremo cosa poter fare Francy!Thanks a lot! Quote
Celina77 Posted September 10, 2009 at 10:05 AM Posted September 10, 2009 at 10:05 AM Grazie Francy! Rileggo volentieri queste pagine! Quote http://img706.imageshack.us/img706/2525/celineisurrender.jpg
*Francy* Posted September 10, 2009 at 08:41 PM Posted September 10, 2009 at 08:41 PM Grazie ancora Francy.E' un po' triste però che dopo tutto questo lavoro che fai, tutto resti solo per noi soliti.. A lavoro completato vedremo cosa poter fare Francy!Thanks a lot! Sarebbe stupendo vederlo pubblicato, non la mia versione! E sarebbe ancora più stupendo che la gente lo comprasse e capisse...perché cavolo, ormai in Italia viene pubblicata anche la biografia dei tre porcellini! Perché la sua no? Si capiscono tante cose man mano che si va avanti...vi lascio un altro pezzo per festeggiare...ho finito di tradurre in terzo capitolo oggi! Ed ecco l'origine della sua famosa passione... CAPITOLO 2- parte 10 Più volte, nel corso dell'estate 1981, ho cantato gli inni nazionali all'apertura delle partite di base-ball allo Stadio olimpico di Montréal. Il presentatore annunciava che "O Canada" e "Star&Stripes" sarebbero stati interpretati da una giovane ragazza di tredici anni. "Mesdames et Messieurs, Ladies and Gentlemen: Céline Dion."Il microfono in mano, mi recavo correndo fino alla sommità della plancia e, di fronte alla folla e alle telecamere, in piedi nell'uniforme degli Expos di Montréal, intonavo i miei inni. Il giorno successivo, mi guardavo cinque, sei volte. Senza commenti. Quell'estate, la più bella della mia vita, sono stati preparati due album: uno di canzoni originali scritte da mamma e Eddy, uno di canzoni di Natale. Nel mio ricordo, ogni seduta di registrazione era una vera festa. René passava a prenderci a fine giornata, me e mia madre, a volte anche mio padre, per accompagnarci allo studio Saint- Charles, dove aveva sempre invitato molta gente: suo cugino Paul Sara, i suoi amici Marc Verrault, Ben Kaye, Jacques Des Marais, gente del mestiere, dei media. Di tanto in tanto, anche Eddy e Mia erano là. E molti dei miei fratelli e sorelle, i loro figli, i loro amici...Tutte queste persone riempivano la regia da scoppiare e ci guardavano lavorare, a volte fino alle ore piccole. Nel mezzo della notte, ci facevamo mandare delle pizze o cibi cinesi. René ha decretato un giorno che quelli che volevano fumare dovevano uscire. Mamma all'epoca fumava, come mio padre, come molti miei fratelli e sorelle. Ma lei, non l'ho mai vista fumare. Non amavo l'odore della sigaretta...I giorni in cui non cantavo, visitavo i negozi di moda con le mie sorelle o con Mia. Dovevo imparare a crearmi un look per le foto dell'album.Ho sempre amato la moda. Da piccolissima, guardavo mia madre cucire e sferruzzare. Tagliavo modelli dalle riviste, mi disegnavo vestiti e cappotti, mi divertivo a sfilare con i vestiti e i tacchi alti delle mie sorelle. Al mio compleanno e in occasione delle feste, Claudette me ne comprava sempre. Anche Dada e Liette mi accompagnavano a fare spese con lei. Con i miei primissimi guadagni di cantante, mi sono regalata delle scarpe con i tacchi molto alti, degli scarponcini neri, in cuoio verniciato, molto "chic madame". La mia passione per le scarpe era appena cominciata. Per me sono gioielli, l'accessorio indispensabile alla buona rifinitura di una tenuta. Non le ho contate, ma sicuramente ne ho più di mille paia oggi. Ho di tutto nella mia collezione, stivaletti da pioggia rosa confetto, babbucce con piume e paiettes, zoccoli in legno, doposci di coccodrillo, altre in resina sintetica, molte scarpe con i tacchi alti, super-chic di tutti i colori possibili e immaginabili, e anche trasparenti o fluorescenti. E le ho indossate tutte, almeno una volta, anche quelle che facevano male ai piedi. Non so esattamente da dove venga questa ossessione. So solo che, quando entro in un negozio di calzature, non sono assolutamente più la stessa. E posso commettere atti del tutto irrazionali. Mi è capitato più volte di comprare tutte le tinte disponibili di uno stesso modello. Tornata a casa, mi rendo conto che è stato folle, quasi inquietante. E poi, un giorno, mi sono detta che è forse la mia sola follia. In tutta la mia vita professionale, dovevo controllare le mie emozioni al massimo, le mie pulsioni e i miei sentimenti. Fa parte del mio mestiere. Dovevo essere eccessivamente disciplinata, ragionevole in ogni cosa. Perché avrei dovuto impedirmi questa follia che non faceva male a nessuno e che non nuoceva in nessun modo alla mia carriera?Dovunque vado, guardo le scarpe delle donne che incontro. Anche quelle degli uomini, sebbene per loro l'universo delle scarpe mi sembri meno ricco, meno vario. Per le donne, la scelta è illimitata. E, in questo campo, siamo tutte uguali. Paffute o magre, giovani o vecchie, abbiamo tutte un'ampia scelta, per ogni uscita, ogni momento della giornata.All'epoca in cui è nata la mia passione per le scarpe e per la moda in generale, amavo il pacchiano e il brillante, i frou-frou, il "flashy". Se mi avessero dato retta, mi sarei conciata volentieri come una rock star sfavillante o come una vamp di trent'anni, con il boa, gonna lunga spaccata fino all'alto della cintura, tacchi alti, sigarette...Soprattutto quando ero con Dada, c'era sempre qualcosa di stupefacente e provocatorio quasi, nelle tenute che sceglievamo o che ci sarebbe piaciuto avere, pur non avendo i mezzi per comprarle.Mi vedevo bene, in sogno, fare la modella e sfilare su tutte le passerelle. Mi immaginavo di scendere cantando la grande scalinata di un music-hall vestita con un abito sontuoso tutto piume e strass. Mi vedevo come vamp irresistibile o cantante rock affascinante. Immagino che tutte le bambine l'abbiano sognato un giorno o l'altro. Ma seguire la moda costa caro. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
*Francy* Posted September 17, 2009 at 09:22 PM Posted September 17, 2009 at 09:22 PM CAPITOLO 2-parte 11 Ora, quell'estate, avevamo molto denaro. Mi sembrava che navigassimo nell'oro. René pagava sempre tutto, lo studio, i taxi, i ristoranti, anche i pasti ordinati nel mezzo della notte per i tecnici e il pubblico dello studio di registrazione. Doveva pagare anche per il mio look, per la seduta fotografica, per il lancio...Ma non era questione di vestirmi o pettinarmi per divertire o scioccare. Mia, in cui René riponeva una fiducia assoluta, si è incaricata di spiegarmi l'importanza delle prime immagini che il gran pubblico avrebbe ricevuto di me. Mi ricordava i grandi temi delle canzoni di Eddy. "Bisogna che i tuoi vestiti concordino con quello che raccontano le tue canzoni" mi diceva "che siano coerenti con la storia di una ragazza che scopre la vita, che si interroga sull'amore, che ci parla di sua nonna, dei suoi sogni. E' una ragazza saggia e dolce che ancora non ha tredici anni."Se sono rimasta delusa, non è durato molto. Da quando ho cominciato a lavorare con Mia su quest'immagine di ragazza saggia, sul look che dovevo avere nell'album, mi sono veramente appassionata. Vedevo una logica in tutto questo. Ma se anche non l'avessi vista, avrei ugualmente obbedito a Mia e a René. Avevo fiducia in loro. E anche mia madre. Avevo tuttavia un problema. Davanti al fotografo che mi preparava le foto dell'album, rifiutavo di ridere, o anche di sorridere, perché non volevo che si vedessero i miei denti. I miei canini erano così lunghi e storti che, anche con la bocca chiusa, sollevavano gli angoli del labbro superiore. Nesun altro nella mia famiglia era dotato di una tale dentatura, nemmeno i miei genitori, a quanto vedevo nelle foto della loro giovinezza. Avrei volentieri rifiutato l'esclusiva. Avevo preso l'abitudine, sulle foto di classe ad esempio, di tenere la bocca "chiusa sul mio problema". Ho comunque sorriso, era necessario, ma schiudendo le labbra in meno possibile. Il fotografo aveva poi preparato delle luci molto soffuse che attenuavano considerevolmente le sporgenze create dai miei canini. Mi ricordo del lancio di quell'album con più chiarezza di tutti i successivi. Perché era il primo, senza dubbio. Ma anche perché i giornalisti non mi hanno tartassato più di tanto. Dopo che cantavo "La voix du bon Dieu", andavano tutti ad intervistare René e Eddy, come se io non avessi niente da dire. Forse è stato meglio così. O io non sapevo ancora parlare ai giornalisti o loro non sapevano pormi le giuste domande. Ero a malapena un'adolescente, ancora meno una donna, ma avevo la voce di un'adulta. Immagino che questo sfasamento li disorientasse. Una volta che avevo espresso loro il mio piacere di cantare, il mio sogno di fare la Place-des-Arts un giorno, e aver confessato che Ginette Reno era il mio idolo, si giravano verso Eddy. Egli parlava loro della mia voce, della mia anima, del mio senso della disciplina... e della mia famiglia. Credo che fosse all'epoca, a parte mia madre, beninteso, la persona che mi conosceva meglio al mondo. Eddy è stato il primo, prima di mia madre e delle mie sorelle, a sapere che avevo baciato un ragazzo. Si chiamava Sylvain. Il tutto era avvenuto sotto il portico a casa di mia sorella Claudette, a Lanchenaie. Un vero bacio, non molto lungo, ma che mi aveva infinitamente turbata. Perché, in seguito, non riuscivo a dare un nome a quello che provavo. Non mi chiedevo se mi amasse, ma se io fossi innamorata. Del resto non avrei capito come potesse amarmi. Non mi trovavo bella. Mi portava a casa dei suoi in taverna, dove passava delle ore a giocare al Nintendo, mentre io sfogliavo riviste di caccia e pesca che erano forse la cosa che mi interessava meno al mondo. E non ci siamo più baciati. Alla fine, praticamente non ci parlavamo più. Quell'unico bacio mi aveva messo sottosopra. Sondavo il mio cuore, volevo capire, mettere ordine nei miei sentimenti. Ma più ci pensavo, più ingarbugliavo tutto. Il giorno in cui Eddy mi ha chiesto se fossi attratta da Sylvain, ho realizzato che non lo ero. E mi sono messa a piangere. Avrei tanto voluto amare un ragazzo. Anche un ragazzo che non mi amava. Avevo troppi progetti per dedicare tempo ad un flirt. Avrei semplicemente voluto essere innamorata, io, al costo di soffrire per amore...Due o tre giorni dopo questa conversazione con Eddy, quando sono tornata da scuola, mia madre ha detto che lui aveva chiamato. Aveva appena scritto una canzone per me. Era "D'amour ou d'amitié". Ho letto le parole, e ho pianto ancora, molto, tanto erano vicine a me. Come se Eddy me le avesse strappate dal cuore. Et je suis comme un ile En plein océanOn dirait que mon coeur Est trop grand... Queste parole erano scritte su misura per me. Ero io, era la mia storia, la storia di una ragazza di quattordici anni che sognava di innamorarsi. Ma, a parte quello della mia famiglia, non c'era amore attorno a me, né in me. Nessun grande amore possibile. Ero sola. E, per molto tempo, ho creduto che sarei stata sola per sempre. Mi dicevo che forse l'amore si era dimenticato di me. Questo mi rendeva triste, di una tristezza che coltivavo, in cui mi crogiolavo e che, quando cantavo, traspariva dalla mia voce...Ma, allo stesso tempo, provavo delle grandi felicità. La mia vita stava cambiando. E sapevo che stavo per vivere grandi cose. Con questa parte termina il capitolo 2! Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
Shirin Posted September 18, 2009 at 11:17 AM Posted September 18, 2009 at 11:17 AM Grazie! Quote http://i47.tinypic.com/2gxme5s.jpg http://www.celinedionitalia.com/banner.pngTCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart
yorky06 Posted September 28, 2009 at 06:15 PM Posted September 28, 2009 at 06:15 PM Grazie! Io l'ho acquistato ma con il mio inglese.... Si insomma... Ci impiego un po'! Grazie! Quote
*Francy* Posted September 28, 2009 at 08:46 PM Posted September 28, 2009 at 08:46 PM Di nulla!Un piccolissimo antipasto del capitolo 3, a domani per la prima parte vera e propria! CAPITOLO 3- parte 1 Non ho mai più più cantato davanti allo specchio della mia camera. E sempre più raramente con i miei fratelli e le mie sorelle...Quando ancora non era passato un anno dall'incontro con Michel Jasmin, avevo già due album sul mercato, ne stavo preparando un terzo, avevo fatto una dozzina di trasmissioni televisive e partivo in tournée con lo spettacolo più strano a cui avessi mai partecipato nella mia vita, quasi un numero da circo. C'erano, in questo, una folla di artisti tutti molto più vecchi di me, Plastic Bertrand, un belga un po' folle e spassosissimo, e Nanette Workman, una super cantante rock. Avevano entrambi una grande esperienza sulla scena e sapevano incendiare il pubblico. Le mie piccole ballate all'acqua di rosa erano agli antipodi di quello che facevano loro. Tra "Ce n'était qu'un reve" e "Lady Marmalade" (voulez-vous coucher avec moi, ce soir), tra "D'amour ou d'amitié" e le elucubrazioni di Plastic, c'era un oceano. In altre parole, non ero veramente al mio posto. I miei due album avevano venduto bene, ma certamente non presso il pubblico di bevitori di birra a fumatori di marijuana che seguiva questa tournée. "E' perfetto" diceva René a mia madre. "Imparerà a difendersi"Ogni sera, prima che entrassi in scena, era dietro di me, mi ricordava che ero la migliore e che dovevo, secondo la sua espressione preferita, gettarli a terra, sarebbe a dire impressionarli. Ma gli altri avevano appena terminato i loro brani di rock'n roll. Una sera mi sono girata verso di lui e gli ho detto "Nanette li ha già gettati a terra."E lui mi ha risposto:"Non ha gettato a terra me, Céline. Io aspetto che tu, tu mi getti a terra. So che puoi."Allora, per la prima volta, ho cantato per lui. Si era mischiato alla folla, in modo che lo vedessi perfettamente. Io l'ho guardato veramente solo verso la fine del mio numero. Sapevo di averlo messo sotto sopra, anche se la metà degli spettatori non ascoltava. Sapevo di aver cantato come mai prima di allora, che avevo superato il mio limite. E anche lui lo sapeva. Penso che perfino il pubblico ne sia rimasto sorpreso. "Mi hai fatto piangere", mi ha detto poi, quando mi ha ritrovato nel backstage. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
celine978 Posted September 30, 2009 at 01:11 PM Posted September 30, 2009 at 01:11 PM grazie miiiiiilllllleeeeeeeeeeeee Quote http://img220.imageshack.us/img220/8303/2007montecarlocelinediohp2.gif THE DIVA'S ARRIVALMontecarlo, 4th november 2007
*Francy* Posted September 30, 2009 at 01:36 PM Posted September 30, 2009 at 01:36 PM Eccomi! Come al solito, per impegni vari, il domani non è mai domani! Avevo messo la sveglia prima stamattina per mettere questa parte, ma incredibilmente risco ad essere in ritardo anche alzandomi presto! CAPITOLO 3- parte 2 Non ho partecipato a tutti gli spettacoli di questa tournée. A metà dell'estate, partimmo per Parigi, mamma, Anne-Renée, René ed io. Dovevo registrare là le prime canzoni del terzo album. Innanzitutto quella che amavo tanto, "D'amour ou d'amitié", poi "Visa pour les beaux jours" e un'altra che Eddy aveva scritto per mia mamma, "Tellement j'ai d'amour pour toi".Almeno venticinque persone della mia famiglia, fratelli, sorelle, cognati e cognate, sono venuti all'aereoporto di Mirabel per assistere alla nostra partenza. Eddy e Mia ci stavano aspettando a Parigi con degli amici di René, Guy e Dodo, che possedevano un ristorante, rue Cadette, nel IX arrondissement.René non mi ha mai parlato molto dei suoi progetti su di me. Sapeva che io e mia madre avevamo piena fiducia in lui. Ma quella sera, a bordo dell'aereo per Parigi, ci ha spiegato a lungo che Francesi non avevano apprezzato il mio primo album perché non lo consideravano abbastanza commerciale... Perché facevo pensare troppo a Mireille Mathieu: una cantante con una bella voce che viene da una famiglia numerosa."E' per questo che andiamo a lavorare da loro, nei loro studi, con i loro tecnici, i loro produttori. Per vedere un po' meglio quello che vogliono. Ma quando René mi ha detto, qualche giorno dopo il nostro arrivo a Parigi, che avrei dovuto seguire dei corsi di dizione e di canto è stato veramente necessario che mi spiegasse che i capi di Pathé-Marconi, la nostra casa di produzione, trovavano non solo che il nostro album made in Québec non rientrava nei gusti dei Francesi, ma anche che trovavano dei difetti da correggere e nessuna tecnica vocale. Ho pensato allora che Eddy e René credessero tutti e due, dal momento che erano d'accordo con i produttori Francesi, che cantassi male. E mi ha fatto molto male. Evidentemente non l'ho lasciato trasparire. Eddy conosceva una vecchia signora, Tosca Marmor, che aveva insegnato per un mezzo secolo a dei cantanti e a delle cantanti d'opera. E' andato an incontrarla con me. Ho capito che era tutto già organizzato quando si è ritirato dicendo che sarebbe passato a prendermi nel giro di un'ora. Dentro di me, mi dicevo che la vecchia signora sarebbe rimasta impressionata dalla mia voce e che avrebbe spiegato loro che non avevo bisogno di seguire corsi. La prima seduta è stata abbastanza faticosa. Mme Tosca si è messa al piano e mi ha fatto fare scale per una buona mezz'ora, poi mi ha chiesto di cantare la stessa frase per un'altra mezz'ora. Non ha dato nessun giudizio, né positivo, né negativo, niente. Non ha manifestato nessuna emozione. Quando avevo finito, mi diceva: "Ricominciate, vi prego"Io ricominciavo."Più forte, più sostenuto, vi prego."Io cantavo più forte, più sostenuto. Nessuna reazione. Mi sembrava che fosse un po' annoiata, molto semplicemente. Non sapevo più se dovevo cantare più forte, più alto, più basso...Sono uscita da là abbastanza preoccupata. Cominciavo a pormi domande sulla mia voce, su quello che facevo con lei. Ci ho messo del tempo a capire che avevo appena ricevuto una delle più importanti lezioni della mia vita. Immagino che Eddy e René mi avessero giudicata matura per affrontare questo piccolo, intimo dramma. Non so ancora se fosse da parte loro una strategia studiata. Ma so che il mio ego ha subito un colpo quell'estate. Mi sono svegliata. Ho perso le mie certezze. Pregavo perché da questa prova uscisse qualcosa di positivo. Detesto la boxe e non ne so molto. Solo, si dice che un giocatore non è mai completo finché non è stato messo KO una volta o due. Ho scoperto in Mme Tosca una donna meravigliosa, intelligente, molto generosa e attenta agli altri. Non so quello che Eddy le aveva chiesto, ma lei mi ha insegnato una quantità enorme di cose. Tra le altre cose, che io non avevo ancora, in quel momento, le abilità ed i mezzi necessari per diventare la più grande cantante al mondo. E che non è sufficiente avere dei buoni polmoni, un registro ampio e delle corde vocali in acciaio inossidabile per cantare. Bisogna cercare da qualche parte dentro di sé l'emozione... Cosa che può essere spiacevole e dolorosa. Ecco cosa ho imparato. Malgrado gli sconvolgimenti che mi provocava, Mme Tosca faceva nascere in me una grande pace. Quando alla sera mi recavo allo studio Family Song per registrare, avevo dimenticato le mie debolezze e i miei difetti. Stavo bene. Mme Tosca mi ha insegnato a non avere paura delle emozioni, anche di quelle che non capivo. "Non lasciare che si impadroniscano di te" mi diceva "E non aver paura di loro. Tu devi addomesticarle, dominarle, devi servirtene."Le portavo dei fiori. Certi giorni, non facevamo che parlare. Del piacere e del dolore di cantare. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
Chiaara Posted October 3, 2009 at 06:18 PM Posted October 3, 2009 at 06:18 PM stupendo! grazie mille Francy:) Quote
orlando Posted October 3, 2009 at 06:31 PM Posted October 3, 2009 at 06:31 PM grazie mille vorrei tanto sto libro ma io so SOLO l'italiano!grazie a te sto leggendo questo libro...mille grazie! Quote ELENUCCIA
yorky06 Posted October 3, 2009 at 09:27 PM Posted October 3, 2009 at 09:27 PM grazie mille vorrei tanto sto libro ma io so SOLO l'italiano!grazie a te sto leggendo questo libro...mille grazie! Si grazie mille!Con la traduzione stai davvero aiutando molto!!!!! Grazie! Quote
florisd Posted October 13, 2009 at 03:22 PM Posted October 13, 2009 at 03:22 PM ehi franci sei straordinaria se poi hai davvero bisogno di aiuto basterà indicarmi dove sei arrivata. grazie Quote Frankfurt am main 14 juin 2008Montréal 12-14-15 fevriér 2009 - l'Italie est ici pour toi!Las Vegas 15-16-19 march 2011http://www.celinedionitalia.com/banner.pngVisita CelineDionItalia.com
*Francy* Posted November 1, 2009 at 04:59 PM Posted November 1, 2009 at 04:59 PM Buonasera ragazzi! Riesco a tornare solo dopo un mese, non me ne vogliate, vi prego! A scuola hanno deciso di partire in quarta e continuano a dire che non studiamo più come l'anno scorso, ho ancora una sessantina di fotografie da sistemare per alcuni amici, un costume da fatina in cantiere per la mia cuginetta, le amiche che si lamentano perché non hai tempo per loro, altri amici che vogliono ripetizioni in questo o in quello e adesso anche una montagna di topic da recuperare! Però mi siete mancati, voi e Céline! Dopo avervi annoiato con i miei progblemi vi lascio alla lettura di qualcosa di più interessante! CAPITOLO 3- parte 3 Quasi tutte le sere, durante il nostro soggiorno laggiù, ci ritrovavamo da Guy e Dodo. Ascoltavamo e riascoltavamo le registrazioni della giornata. Una sera, per ridere, abbiamo ascoltato i vecchi dischi dei Baronets che René aveva regalato a Guy, e quelli degli Scorpions, il gruppo a cui Guy apparteneva da giovane. Il Family Song era molto piccolo, e sempre pieno da scoppiare, come lo studio Saint-Charles. Erano là i musicisti che avevano fatto le piste d'orchestra, l'arrangiatore, e anche il compositore. C'erano delle persone da Pathé-Marconi, un fotografo a volte, degli amici di Eddy e Mia, dei Francesi, dei Quebecchesi di passaggio a Parigi, era pieno di persone che non c'entravano niente, quello studio. "Se ti dà fastidio, ti possiamo lasciare sola", mi ha detto Eddy. Mi preparavo alla registrazione di "Tellement j'ai d'amour pour toi", una canzone molto intima. Ma la presenza di tutte quelle persone non mi dava assolutamente fastidio. Al contrario, mi rassicurava, mi stimolava. Molti artisti preferiscono cantare da dietro un paravento in una sorta di cabina in cui nessuno li può vedere. Non io. Né all'epoca, né oggi. Mi sono piantata in mezzo allo studio. Ho cercato il volto di mia madre nella folla pressata dietro alla barriera vetrata e ho cantato per lei... Il peut couler du temps Sur tes cheveaux d'argent, Je serai une enfant Jusqu'à mon dernier jourTellement j'ai d'amour pour toi... Conosco bene mia madre, non ha la lacrima facile. Per non mettere in imbarazzo gli altri, si tiene tutto dentro. René ed io siamo due grandi rubinetti, ma non lei. Ma sapevo che era molto commossa, fiera di me e felice, contenta del cammino che avevamo percorso. Dopo la prima presa, c'è stato un breve silenzio, poi mi hanno applaudito urlando così forte che potevo sentirli da dentro la cabina di registrazione. Anche io applaudivo e ridevo a singhiozzi perché mi era successo qualcosa di magico, di più grande di tutti noi. Mi era sembrato che, per un momento, fossimo tutti molto felici, in quel piccolo studio. Anche quelli che là dentro non c'entravano niente.Avevo terminato in primavera il mio settimo anno di scuola. Di dolore e di noia. Avevo regolarmente saltato le lezioni. Ogni volta che ci ero andata, mi ero resa conto, senza una grande emozione, che ero rimasta ancora un po' più indietro. E comprendevo presto che non avrei mai potuto raggiungere gli altri. Dopo questa constatazione, puntualmente partivo per la luna. Mi facevo piccoli films nella mia mente. Tornavo ancora nel profondo dell' Africa o dell'Amazzonia. A volte anche, mi raccontavo delle storie d'amore tristi o grandi melodrammi romantici e noirs che mi portavano al limite delle lacrime. Ma, più spesso, sognavo di essere una stella dello show-business o del cinema. Con il mio nome su posters giganti, serate di prima, vestiti di gala, fiumi di applausi. C'era la mia firma sullo lo scenario, la messa in scena, la realizzazione, i costumi, le ambientazioni, i dialoghi. Ed il primo ruolo era naturalmente mio, molto spesso quello di una ragazza che assomigliava come una sorella alla protagonista di Flashdance. Avevo visto quel film almeno cinque o sei volte, sola o con Manon, Dada o Pauline, al cinema del centro commerciale di Repentigny. Flashdance racconta la storia di una ragazza che sogna di ballare un giorno nella grande vetrina di Broadway. Ma, siccome è molto povera e deve lavorare sodo per guadagnarsi da vivere, non ha mai avuto modo di frequentare una vera grande scuola di danza. Ha dovuto imparare con i suoi soli mezzi. A danzare. E a combattere. In tutti i teatri in cui si presenta, è guardata dall'alto in basso, perché non conosce nessuno. Non le fanno mai passare un'audizione. Un giorno, per caso, fa conoscenza di una vecchia signora, che è stata un tempo ballerina in una troupe di ballo classico. La signora la vede ballare e le dice che ha molto talento, e che avrebbe trovato in sé stessa, e non altrove, la forza di realizzare il suo sogno. E le consiglia di non lasciarsi mai imporre i punti di vista e le idee degli altri. Soprattutto di non rinunciare mai al suo grande sogno. "Rinunciare ai propri sogni è rinunciare alla vita.", le dice. "E' morire"La ragazza non ha rinunciato, è diventata una grande ballerina di Broadway.Amavo tutto di questo film, a partire dalla musica e dalla canzone "What a feeling". L'avevo imparata a memoria, Eddy non me ne voglia, e mi ero giurata che l'avrei messa un giorno in un mio tour. Ma, oltre a tutto questo, adoravo la storia che racconta Flashdance. I consigli della vecchia signora, li prendevo per me. Mi dicevo che non avevo più bisogno di andare a scuola per riuscire nella vita. Che tutto quello che contava era andare fino alla fine della mia ambizione, di buttarmi a capofitto, di non rinunciare mai, di credere nella mia stella. Ero convinta che la realizzazione del mio sogno non passasse per la scuola. Per fortuna, non ho mai dovuto insistere molto con mia madre perché mi lasciasse saltare la lezione. Soprattutto se dovevo ripetere una canzone scritta da Eddy o se avevo uno show la sera... o anche il giorno successivo. Mia madre e io avevamo lo stesso sogno.Lei non me lo diceva, ma sono convinta che credesse che potevo imparare tutto altrettanto bene a casa piuttosto che a scuola. Anche lei, nata in una terra di colonizzazione nel profondo della Gaspésie, aveva imparato a leggere, a scrivere e a contare con sua madre e le sue sorelle più grandi come istitutrici. Forse non lo confesserebbe a voce alta, ma crede senza dubbio che in materia d'educazione non si sia serviti meglio che a casa propria dalle persone vicine. Sarei portata a credere perfino che abbia più rispetto per gli autodidatti piuttosto che per le persone coperte di diplomi. Dalla mia adolescenza, il mondo è cambiato molto. Non penso, salvo eccazioni piuttosto rare, che ce la si possa sbrigare e che ci si possa sentire a proprio agio senza l'istruzione. Credo anche chi si possa avere molto piacere ad imparare e a sapere come funziona il mondo, la storia, la geografia, la storia dell'arte, tutto questo. Oggi non c'è niente che ami tanto imparare. Ma, all'epoca, avevo altre gatte da pelare. Ero divorata dal mio sogno...Terminai allo studio Saint-Charles la registrazione dell'ultima canzone del nuovo album che dovevamo lanciare in autunno. René parlava di organizzare una grande tournée di promozione attraverso tutto il Québec. Quando gli dicevo che difficilmente avrei potuto fare entrambi, andare a scuola e tenere i ritmi di cantante, mi rispondeva sempre:"Non ti preoccupare di questo, vedremo."Io non mi preoccupavo, ma mi annoiavo da morire. Avevo ottenuto per il rotto della cuffia (o per carità) i voti per passare all'ottavo anno. Ma, una settimana dopo essere tornata, mi sentivo già persa, assorbita dalle mie intime interpretazioni dei grossi melodrammi o del remake di Flashdance. Dei ragazzi e delle ragazze a scuola, e anche qualche prof, venivano ogni tanto a dirmi che mi avevano vista alla tv o avevano sentito una delle mie canzoni alla radio. Qualcuno mi ha perfino chiesto di firmargli un autografo. Tutti erano super gentili con me. Lo adoravo. Ma non ero veramente al mio posto. E non cercavo mai di farmi degli amici, perché sapevo di essere là solo ad aspettare. La vita è stata buona con me. Le cose si sono sistemate molto presto. Prima ancora di quanto avesse sperato René nei suoi sogni e nei suoi piani più folli. Infatti, nel corso dei mesi seguenti, due avvenimenti importanti ai quali ero stata iscritta, uno in Giappone, l'altro in Francia, avrebbero cambiato tutta la mia vita. Grazie di nuovo Floris per la disponibilità, ho visto adesso il messaggio, il pezzo era già pronto, mancava solo il tempo pratico per ricontrollarlo e postarvelo! Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
HirOndelleCéline93 Posted November 2, 2009 at 04:40 PM Posted November 2, 2009 at 04:40 PM Buonasera ragazzi! Riesco a tornare solo dopo un mese, non me ne vogliate, vi prego! A scuola hanno deciso di partire in quarta e continuano a dire che non studiamo più come l'anno scorso, ho ancora una sessantina di fotografie da sistemare per alcuni amici, un costume da fatina in cantiere per la mia cuginetta, le amiche che si lamentano perché non hai tempo per loro, altri amici che vogliono ripetizioni in questo o in quello e adesso anche una montagna di topic da recuperare! Però mi siete mancati, voi e Céline! Dopo avervi annoiato con i miei progblemi vi lascio alla lettura di qualcosa di più interessante! CAPITOLO 3- parte 3 Quasi tutte le sere, durante il nostro soggiorno laggiù, ci ritrovavamo da Guy e Dodo. Ascoltavamo e riascoltavamo le registrazioni della giornata. Una sera, per ridere, abbiamo ascoltato i vecchi dischi dei Baronets che René aveva regalato a Guy, e quelli degli Scorpions, il gruppo a cui Guy apparteneva da giovane. Il Family Song era molto piccolo, e sempre pieno da scoppiare, come lo studio Saint-Charles. Erano là i musicisti che avevano fatto le piste d'orchestra, l'arrangiatore, e anche il compositore. C'erano delle persone da Pathé-Marconi, un fotografo a volte, degli amici di Eddy e Mia, dei Francesi, dei Quebecchesi di passaggio a Parigi, era pieno di persone che non c'entravano niente, quello studio. "Se ti dà fastidio, ti possiamo lasciare sola", mi ha detto Eddy. Mi preparavo alla registrazione di "Tellement j'ai d'amour pour toi", una canzone molto intima. Ma la presenza di tutte quelle persone non mi dava assolutamente fastidio. Al contrario, mi rassicurava, mi stimolava. Molti artisti preferiscono cantare da dietro un paravento in una sorta di cabina in cui nessuno li può vedere. Non io. Né all'epoca, né oggi. Mi sono piantata in mezzo allo studio. Ho cercato il volto di mia madre nella folla pressata dietro alla barriera vetrata e ho cantato per lei... Il peut couler du temps Sur tes cheveaux d'argent, Je serai une enfant Jusqu'à mon dernier jourTellement j'ai d'amour pour toi... Conosco bene mia madre, non ha la lacrima facile. Per non mettere in imbarazzo gli altri, si tiene tutto dentro. René ed io siamo due grandi rubinetti, ma non lei. Ma sapevo che era molto commossa, fiera di me e felice, contenta del cammino che avevamo percorso. Dopo la prima presa, c'è stato un breve silenzio, poi mi hanno applaudito urlando così forte che potevo sentirli da dentro la cabina di registrazione. Anche io applaudivo e ridevo a singhiozzi perché mi era successo qualcosa di magico, di più grande di tutti noi. Mi era sembrato che, per un momento, fossimo tutti molto felici, in quel piccolo studio. Anche quelli che là dentro non c'entravano niente.Avevo terminato in primavera il mio settimo anno di scuola. Di dolore e di noia. Avevo regolarmente saltato le lezioni. Ogni volta che ci ero andata, mi ero resa conto, senza una grande emozione, che ero rimasta ancora un po' più indietro. E comprendevo presto che non avrei mai potuto raggiungere gli altri. Dopo questa constatazione, puntualmente partivo per la luna. Mi facevo piccoli films nella mia mente. Tornavo ancora nel profondo dell' Africa o dell'Amazzonia. A volte anche, mi raccontavo delle storie d'amore tristi o grandi melodrammi romantici e noirs che mi portavano al limite delle lacrime. Ma, più spesso, sognavo di essere una stella dello show-business o del cinema. Con il mio nome su posters giganti, serate di prima, vestiti di gala, fiumi di applausi. C'era la mia firma sullo lo scenario, la messa in scena, la realizzazione, i costumi, le ambientazioni, i dialoghi. Ed il primo ruolo era naturalmente mio, molto spesso quello di una ragazza che assomigliava come una sorella alla protagonista di Flashdance. Avevo visto quel film almeno cinque o sei volte, sola o con Manon, Dada o Pauline, al cinema del centro commerciale di Repentigny. Flashdance racconta la storia di una ragazza che sogna di ballare un giorno nella grande vetrina di Broadway. Ma, siccome è molto povera e deve lavorare sodo per guadagnarsi da vivere, non ha mai avuto modo di frequentare una vera grande scuola di danza. Ha dovuto imparare con i suoi soli mezzi. A danzare. E a combattere. In tutti i teatri in cui si presenta, è guardata dall'alto in basso, perché non conosce nessuno. Non le fanno mai passare un'audizione. Un giorno, per caso, fa conoscenza di una vecchia signora, che è stata un tempo ballerina in una troupe di ballo classico. La signora la vede ballare e le dice che ha molto talento, e che avrebbe trovato in sé stessa, e non altrove, la forza di realizzare il suo sogno. E le consiglia di non lasciarsi mai imporre i punti di vista e le idee degli altri. Soprattutto di non rinunciare mai al suo grande sogno. "Rinunciare ai propri sogni è rinunciare alla vita.", le dice. "E' morire"La ragazza non ha rinunciato, è diventata una grande ballerina di Broadway.Amavo tutto di questo film, a partire dalla musica e dalla canzone "What a feeling". L'avevo imparata a memoria, Eddy non me ne voglia, e mi ero giurata che l'avrei messa un giorno in un mio tour. Ma, oltre a tutto questo, adoravo la storia che racconta Flashdance. I consigli della vecchia signora, li prendevo per me. Mi dicevo che non avevo più bisogno di andare a scuola per riuscire nella vita. Che tutto quello che contava era andare fino alla fine della mia ambizione, di buttarmi a capofitto, di non rinunciare mai, di credere nella mia stella. Ero convinta che la realizzazione del mio sogno non passasse per la scuola. Per fortuna, non ho mai dovuto insistere molto con mia madre perché mi lasciasse saltare la lezione. Soprattutto se dovevo ripetere una canzone scritta da Eddy o se avevo uno show la sera... o anche il giorno successivo. Mia madre e io avevamo lo stesso sogno.Lei non me lo diceva, ma sono convinta che credesse che potevo imparare tutto altrettanto bene a casa piuttosto che a scuola. Anche lei, nata in una terra di colonizzazione nel profondo della Gaspésie, aveva imparato a leggere, a scrivere e a contare con sua madre e le sue sorelle più grandi come istitutrici. Forse non lo confesserebbe a voce alta, ma crede senza dubbio che in materia d'educazione non si sia serviti meglio che a casa propria dalle persone vicine. Sarei portata a credere perfino che abbia più rispetto per gli autodidatti piuttosto che per le persone coperte di diplomi. Dalla mia adolescenza, il mondo è cambiato molto. Non penso, salvo eccazioni piuttosto rare, che ce la si possa sbrigare e che ci si possa sentire a proprio agio senza l'istruzione. Credo anche chi si possa avere molto piacere ad imparare e a sapere come funziona il mondo, la storia, la geografia, la storia dell'arte, tutto questo. Oggi non c'è niente che ami tanto imparare. Ma, all'epoca, avevo altre gatte da pelare. Ero divorata dal mio sogno...Terminai allo studio Saint-Charles la registrazione dell'ultima canzone del nuovo album che dovevamo lanciare in autunno. René parlava di organizzare una grande tournée di promozione attraverso tutto il Québec. Quando gli dicevo che difficilmente avrei potuto fare entrambi, andare a scuola e tenere i ritmi di cantante, mi rispondeva sempre:"Non ti preoccupare di questo, vedremo."Io non mi preoccupavo, ma mi annoiavo da morire. Avevo ottenuto per il rotto della cuffia (o per carità) i voti per passare all'ottavo anno. Ma, una settimana dopo essere tornata, mi sentivo già persa, assorbita dalle mie intime interpretazioni dei grossi melodrammi o del remake di Flashdance. Dei ragazzi e delle ragazze a scuola, e anche qualche prof, venivano ogni tanto a dirmi che mi avevano vista alla tv o avevano sentito una delle mie canzoni alla radio. Qualcuno mi ha perfino chiesto di firmargli un autografo. Tutti erano super gentili con me. Lo adoravo. Ma non ero veramente al mio posto. E non cercavo mai di farmi degli amici, perché sapevo di essere là solo ad aspettare. La vita è stata buona con me. Le cose si sono sistemate molto presto. Prima ancora di quanto avesse sperato René nei suoi sogni e nei suoi piani più folli. Infatti, nel corso dei mesi seguenti, due avvenimenti importanti ai quali ero stata iscritta, uno in Giappone, l'altro in Francia, avrebbero cambiato tutta la mia vita. Grazie di nuovo Floris per la disponibilità, ho visto adesso il messaggio, il pezzo era già pronto, mancava solo il tempo pratico per ricontrollarlo e postarvelo! grazie sempreeeeeee ... cavolo quanto ho da leggere Quote http://www.celinedionweb.com/images/disco/de07.jpg...Quand tu as tout quitté pour être auprès de René Tu te demandais quelle était la raison de telle douleurPuis tu pensas : « Dans notre vie tout est parfaitIl faut donc qu'un peu de tristesse vive avec le bonheur ».
*Francy* Posted November 30, 2009 at 12:37 PM Posted November 30, 2009 at 12:37 PM CAPITOLO 3- parte 4 Una sera, forse un mese dopo il ritorno, all'ora di cena, Eddy Marnay telefonò da Parigi. Ci annunciò che "Tellement j'ai d'amour pour toi" era appena stata scelta per rappresentare la Francia in un grande concorso internazionale che si sarebbe tenuto in Giappone alla fine d'ottobre.Credo di aver avuto un'aria molto stupida al telefono. A quel tempo, quando qualche cosa di molto importante, di molto eccitante accadeva nella mia vita, mi paralizzavo letteralmente. Attorno a me, gli altri potevano fare i salti di gioia, restavo calma e fredda, anche se ero al centro del tornado. Mia madre mi guardava e mi chiedeva:"Sei contenta, Céline?""Ma sì, sono contenta.""Non sembrava."Credo che non sapessi esprimere la mia gioia. O che avessi paura, nel caso mi fossi lasciata andare, non potermi più contenere, di esplodere. Può essere anche che niente di quello che mi capitava mi impressionasse o mi stupisse veramente, perché avevo sempre creduto che tutto questo fosse possibile e accessibile. Mi sembrava normale. Avevo vissuto queste cose almeno cento volte nei piccoli films che giravo a scuola. Meglio, avevo cantato allo Stadio Olimpico ed ero stata acclamata a Broadway, avevo avuto una parte nei musicals a Hollywood e partecipato alle più grandi trasmissioni televisive al mondo...Eddy deve essere rimasto perplesso. Era al colmo della gioia. Era appena riuscito in un colpo straordinario iscrivendo la sua canzone al festival di Tokyo. E io, dall'altro capo del filo, restavo fredda. Mamma si è comunque resa conto che qualcosa d'importante stava per accadere. Mi ha chiesto di passarle Eddy, al quale ha posto mille domande. Si è complimentata con lui, ha esclamato, ha riso. Gli ha detto che sarei andata, sicuro, e lei mi avrebbe accompagnata. Poi ha aggiunto che lo ringraziavo e che ero contenta, anche se non sapevo mostrare la mia emozione. Aveva appena riattaccato e si stava preparando a chiamare i miei fratelli e le mie sorelle per far sapere loro la novità quando il telefono è squillato di nuovo. Era René. Aveva tutti i dettagli, le date precise, il numero delle canzoni proposte (più di mille, se la memoria è buona), il numero delle canzoni accettate (una trentina), la lista dei paesi partecipanti, i nomi dei vincitori delle edizioni precedenti...Ha chiesto di parlarmi. Per dirmi innanzitutto che il Festival mondiale della canzone popolare Yamaha era il più prestigioso festival del suo genere al mondo. C'era stato qualche anno prima con il suo amico Guy Cloutier che vi presentava il suo artista, René Simard. Quest'ultimo, all'incirca della mia età all'epoca, aveva vinto il primo premio. Era diventato in seguito un'enorme star in Québec. E si era parlato di lui perfino nel magazine Time. "E' Frank Sinatra che gli ha consegnato il premio" mi diceva René "e io ero là. Ho stretto la mano di Sinatra, ti rendi conto..."Poi, anche se nessun altro oltre a me poteva sentire, si è messo a parlare a voce molto bassa, come se mi mettesse a parte di un segreto molto importante, molto intimo, come se fossimo soli, noi due, al mondo."So che sei la miglior cantante che ci sarà laggiù. E tu sai, tu, che avrai il primo premio. Lo sai, non è vero?" Ho sempre amato la sua voce, così calma, vellutata, dolce, ma, quella sera là, mi ha buffamente commossa. Non solo a causa di quel che mi diceva, ma a causa del tono che usava, così vicino che avevo l'impressione di sentire il suo soffio contro il mio orecchio. Era un momento di straordinaria complicità.Ancora più sommessamente, ancora più dolcemente, ha aggiunto:"Questo cambierà la nostra vita, Céline, vedrai, cambierà la nostra vita."La nostra vita! A quel punto, ho dovuto lasciare la scuola. "Non abbiamo scelta.", mi ha detto René, come se mi portasse una cattiva notizia.E' venuto con mia madre e me ad incontrare il preside per spiegargli che non potevo più seguire le lezioni a scuola, perché avevo una "carriera" troppo impegnativa. Dico "spiegare", perché sono certa che nella testa di René Angélil non ci fosse assolutamente l'idea di chiedere il permesso. Voleva semplicemente, per una questione di cortesia, che il preside sapesse che non sarei più andata a scuola. Che capisse il perché. E, se poi fosse stato possibile, che fosse d'accordo. Gli ha chiesto di prepararmi un particolare programma di studi. Si sarebbe incaricato lui stesso di sorvegliare che io seguissi il programma e che passassi nei tempi e nei luoghi adatti gli esami del ministero dell'Istruzione. Ha anche parlato di mia madre. Ha detto che lei sarebbe sempre stata là, al mio fianco, che era una donna straordinaria, intelligente. E aveva allevato quattordici figli. Anche lei avrebbe fatto attenzione all'educazione e agli studi di sua figlia...Ero seduta un po' in disparte su una piccola sedia, molto intimidita. O piuttosto recitando, facendo finta di esserlo. Sentivo René dire che le esperienze che avrei vissuto sarebbero state almeno altrettanto preziose dei corsi che la scuola mi poteva offrire. Parlava, come sempre, in modo calmo, dolcemente. Mi diceva che avevo degli impegni non solo in Francia e in tutto il Canada, ma anche in Giappone. "Ha un contabile, degli scrittori, dei compositori e degli arrangiatori, tutta una squadra che lavora per lei", diceva. "Tutti questi viaggi che fa, tutta la gente che incontra, valgono bene le lezioni di geografia e storia o di economia che le si possonno offrire nella vostra scuola. Ne converrete sicuramente, signor Preside. Gli ha anche detto che ero molto intelligente, che mi aveva visto imparare canzoni a memoria, parole e musica, in pochi minuti. Io lo ascoltavo, e non sarei potuta essere più felice. Per la prima volta, René Angélil sembrava porre attenzione non solo alla cantante di cui era il manager, ma ugualmente alla ragazza che ero, a me, Céline Dion.Diceva che se tutti i ragazzi e le ragazze della mia classe avevano passato l'estate a Charlemagne o nei circondari a guardare la tv, a lavorare in una fattoria o in un McDonald's, io ero andata a Parigi, dove avevo registrato un album con artisti di professione, che avevo cantato su una dozzina di palcoscenici in giro per il Québec, che avevo incontrato dei giornalisti,che le mie canzoni erano in rotazione per le radio. "L'avrete sicuramente sentita, signor Preside, non è vero?"Gli ha perfino detto che guadagnavo più io in un mese che mio padre in tutto un anno. Io ero turbata e sicuramente lusingata dalle sue parole. Non avevo dubbi che René Angélil sarebbe stato in grado di convincere il direttore a lasciarmi partire. E che non avrei mai più messo piede a scuola. Nell'attesa, recitavo la parte della piccola Miss Perfezione, buona e composta sulla mia sedia, gli occhi abbassati...Ma, quando il preside ha tirato fuori il mio fascicolo e ha teso la mia pagella a René, ho pensato di fuggire. Avevo i voti peggiori di tutta la classe, di tutta la scuola probabilmente, praticamente tutte al di sotto della sufficienza, qualcuna vicina allo zero. Che cosa avrebbe pensato René Angélil del mio rendimento scolastico? Lui era così intelligente ed istruito, parlava l'inglese altrettanto bene del francese, conosceva sicuramente la matematica, la storia e la geografia. Aprendo la mia pagella, avrebbe avuto la conferma che la sua piccola cantante non era, in fin dei conti, così intelligente. Mi sentivo umiliata. Ma, allo stesso tempo, gongolavo. Finalmente stavo per uscire dalla scuola. Non avrei avuto amiche di cui sentire la mancanza. I soli ricordi accettabili che avrei potuto conservare, erano i momenti in cui Mlle Sénéchal mi chiedeva di pulire i tavoli dopo le lezioni. Passavo lo straccio con tanta minuzia e applicazione che alla fine non restava neppure una traccia di matita. Mlle Sénéchal ne approfittava di tanto in tanto per ricordarmi la regola del tre o per spiegarmi come estrarre una radice quadrata...Era semplice, limpido. Ma ancora non capivo a cosa potesse servirmi nella vita. René non ha neanche aperto la mia pagella. Oggi lo conosco. So che, quando un'idea ha messo le radici nella sua testa, va fino in fondo. Se uno volesse fargliv cambiare idea potrebbe anche alzarsi di buon'ora e avere argomenti molto validi. Lui ha fatto il conto di tutto, pro e contro. E agisce. Non era là per conoscere le mie prestazioni scolastiche, né per avere il parere del direttore, ma per ritirarmi dalla scuola. Ed è ciò che ha fatto. E' così che sono diventata una ragazza studiosa e costante. René Angélil non mi ha mai assillata perché seguissi il programma del ministero. Ma mi ha insegnato lo show-business, la storia dello show-business, la geografia dello show-business, l'economia dello show business... Per ore, soprattutto quando eravamo in tournée, nella sua macchina, al ristorante, riprendeva la leggenda del colonnello Parker e di Elvis Presley, dei Beatles e di Brian Epstein. Mi raccontava la leggenda di Edith Piaf, di Johnny Hallyday, di Barbra Streisand. Mi descriveva tutti gli spettacoli, buoni e cattivi, che aveva visto a Las Vegas o a Broadway.Ero l'allieva più devota del mondo. Mi portava a vedere tutti gli spettacoli che passavano a Montréal. Diceva che questo faceva parte del mio lavoro, dei miei compiti. Ho visto Ginette Reno, Stevie Wonder, Nana Mouskouri, Manhattan Transfer, Anita Baker. Molto spesso ci accompagnava mia madre. Quote http://img25.imageshack.us/img25/9075/2zeghw19i.jpg
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