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Le pagine più belle di "My story my dream"


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grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie e ancora grazie!
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Grazie mille mille mille :flowers:
[size=3][font="Times New Roman"]"A vingt ans elle était la première chanteuse du Québec, à vingt-cinq ans la plus grande star en France, à trente ans la plus grande star americaine, aujourd'hui à quarante ans, et ce n'est pas tous les jours qu'on peut le dire[size=4][/font],[font="Comic Sans MS"][b]elle est la plus grande chanteuse au monde![/b][/font]"[/size][/size]

[i][b]15th-16th-19th March 2011! I Was There in Vegas! By your side![/b][/i]
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  • 2 weeks later...
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Eccomi qui dopo aver avuto dei problemi con il pc (ad un certo punto mi è apparsa una schermata che diceva che tutti i dati potevano essere stati cancellati, mi è preso un colpo!!), per fortuna risolti! Questa è l'ultima parte del capitolo 1, dal prossimo comincia la carriera di Céline!

 

Capitolo 1- settima parte

 

 

Non saprei dire se è a grazie a mia madre, ma non sono stata mai trattata come la piccola di famiglia, quella che i più vecchi tollerano difficilmente. Quella a cui sI nascondono determinate cose, a cui si dice: "Non sono cose adatte alla tua età, vai a dormire" o "Capirai più avanti".

Non mi ricordo di essere stata esclusa da conversazioni da adulti, poco importa il soggetto, quando avevo quattro, cinque o dieci anni. Non andavo ancora a scuola che conoscevo tutti i misteri della vita, the birds and the bees, almeno in teoria. Non avevo, a dodici anni, la curiosità delle ragazzine di quell'età per le faccende amorose, né il bisogno o l'urgenza di scoprirle. Le conosevo. Questo spiega perché ho atteso così a lungo, fino all'età di vent'anni -nettamente al di sopra della media, quindi- prima di mettere in pratica le conoscenze teoriche che avevo in questo campo. La sola cosa che si è cercato di nascondermi è stata una malattia. Avevo nove anni quando ho saputo che mia nipote Karine aveva la fibrosi cistica. Ma, in una famiglia numerosa, è molto difficile nascondere qualcosa ad un bambino di quell'età. Avevo intorno a me tutti quei visi sui quali potevo leggere la tristezza, dei lunghi silenzi, e niente più musica la sera dopo cena. Mia madre aveva gli occhi pieni di lacrime. Parlava al telefono con i miei fratelli e sorelle, che non abitavano più con noi; diceva loro a bassa voce che stava per accadere qualcosa di terribile.

E' stato così che ho capito, attraverso le lacrime dei miei genitori, attraverso i loro silenzi e i loro brusii, che Karine, il bebé tutto fresco e tutto rosa di mia sorella Liette, era stato colpito da una grave malattia. Era stata trasportata in ambulanza al Sainte-Justine, l'ospedale per bambini dove ero andata anche io quando ero stata investita. I medici avevano suggerito di farla battezzare al più presto, perché avrebbe avuto forse qualche settimana da vivere. E, se mai fosse sopravvissuta, non sarebbe cresciuta, avrebbe dovuto assumere farmaci ogni giorno della sua vita, probabilmente non sarebbe andata a scuola, avrebbe sofferto molto, e sarebbe stato necessario circondarla continuamente di cure.

Era la prima vera malattia che colpiva la nostra famiglia. I più vecchi si ricordavano della morte violenta di mio nonno Dion. E avevamo perso mia nonna Dion qualche anno prima. Tutti avevano pianto, è chiaro. Ma è nell'ordine delle cose. La nonna era morta dolcemente, al termine di una lunga vita. Verso la fine, credo che non avesse più veramente voglia di vivere. La morte è venuta come una sorta di sollievo, per lei quanto per noi. Ma quando la morte si annuncia all'inizio della vita, ad un bambino appena nato, non si può parlare di sollievo. Assomiglia piuttosto ad una condanna crudele e ingiusta.

Karine non è morta nell'arco di qualche settimana, come avevano temuto certi medici. Per degli anni, mia sorella Liette l'ha circondata, quotidianamente, di cure costanti. Due, tre, cinque volte al giorno, la doveva massaggiare per svuotare i suoi polmoni dal muco che vi si accumulava e le impediva di respirare. Le faceva prendere le sue medicine, le faceva seguire una dieta molto rigida. Tutto senza una speranza fondata. Era questo, credo, il peggio: sapere che la battaglia era persa dall'inizio.

In qualche giorno, ciascuno, nella nostra famiglia, è diventato un esperto di fibrosi cistica. Proprio noi, che avevamo sempre odiato lo studio, passavamo delle serate intere tuffati nella documentazione che i medici avevano consegnato a Liette. E nel vecchio dizionario Larousse, alla ricerca di parole rare o sapendo che ci avremmo trovato ad ogni piè sospinto in questa documentazione, o ancora, per conoscere la localizzazione degli organi e delle ghiandole affette o responsabili: i polmoni, il pancreas, il fegato, il sistema digestivo...Mi ricordo di schede anatomiche che guardavamo sul dizionario. Per capire.

E' necessaria una potente dose di sfortuna per incorrere in questa malattia. Come tutte le malattie, certo. Ma, nel caso della fibrosi cistica, c'è una questione di concomitanze sfortunate che la rende ancora più terribile: è trasmessa al bambino solamente se entrambi i genitori sono portatori del gene.

Mia madre si è informata da tutti quelli che conosceva in famiglia, quella di mio padre e del marito di Liette. Ha scoperto che due dei sette bambini di una delle sue cugine che viveva negli Stati Uniti, e che non aveva visto più da vent'anni, erano affetti dalla malattia.

Nei nostri studi e dalle nostre letture familiari sulla fibrosi cistica, abbiamo imparato che molti ricercatori si interessavano a questa malattia. Ma le ricerche avanzavano lentamente, e necessitavano di somme considerevoli di denaro. Dal primissimo momento della mia carriera, partecipo alle campagne di fininziamento dell'Associazione quebecchese di fibrosi cistica. So che ci sono delle speranze. So che sono stati realizzati progressi importanti. La speranza di vita dei bambini malati è più che raddoppiata. Ma c'è ancora molto da fare...

Eravamo sempre più spesso sole a casa, mia madre e io. Avevo dieci o undici anni. I gemelli uscivano già con il loro gruppo di amici, andavano a pattinare o a vedere degli spettacoli, dei films. Io, a parte mia madre, non avevo amiche, e credo bene che neppure le volessi...

Karine stava, quindi, prendendo un grande spazio nella mia vita. E' stata la prima bambina con cui ho realmente avuto il piacere di comunicare. Non assomigliava per niente agli altri. Anche quando era piccolissima, per i motivi che si sanno, a causa di quel male che aveva dentro di lei, mi faceva sempre pensare alle cose gravi e sconvolgenti, alla morte, di fatto.

E' diventata una ragazza molto seria, con uno sguardo e dei pensieri da adulta, caricata di un fardello che gli altri bambini non portano. All'età di cinque anni, già sapeva che la vita era terribilmente ingiusta...

Non l'ho mai vista correre, nuotare, rotolarsi per terra o arrampicarsi sugli alberi come fanno tutti i bambini. Non poteva nemmeno accarezzare un gatto o camminare in un campo, su una sponda in fiore o in riva al fiume, perché rischiava di soffocare non appena fosse stata esposta alla minima polvere, al minimo polline, alla più debole corrente d'aria. Mangiava con appetito, ma poiché il suo organismo non era in grado di assimilare gli elementi nutritivi degli alimenti, restava magra, pallida, anemica.

Non ricordo di aver mai parlato insieme a lei della sua malattia. Credo che non ne parlasse mai con nessuno. Salvo con Liette, immagino, che era con lei di una pazienza d'angelo e di una dolcezza incredibile. Karine doveva sapere istintivamente che ogni ribellione era inutile. O, forse, non aveva realmente la forza di rivoltarsi, di urlare la rabbia che doveva avere dentro sé. Che io, almeno, avrei avuto se fossi stata al suo posto. Ma so che aveva di tanto in tanto dei periodi di scoraggiamento. E allora, non parlava per dei giorni.

Quando veniva da noi, era con me, soprattutto, che stava, senza dubbio a causa della nostra età. Salivamo tutte e due nella camera delle ragazze. Ascoltavamo la musica per delle ore. Mi guardava cantare davanti allo specchio che Ghislaine non frequentava più, poiché, anche lei, aveva lasciato casa.

Presto, non saremmo rimasti che papà, mamma ed io. Dopo essere stata l'ultima di quattordici figli, ero diventata infine figlia unica.

La mamma lavorava sempre fuori. Ma aveva ormai un grande progetto, fare di me una cantante famosa. Non si è mai interessata dei miei compiti e delle mie lezioni di scuola. In cambio, aveva seguito da vicino i miei progressi in musica. Mi dava consigli, mi proponeva di provare nuove canzoni, oppure mi diceva: "Non imitare quella cantante là, ha una buona voce, ma se ne esce male."

Il nostro modello assoluto, era Ginette Reno, allora la più grande star in Québec. Conoscevo a memoria tutte le canzoni del suo album Je ne suis qu'une chanson. Non solo le parole, ma ogni nota, ogni intonazione che assumeva e che passavo delle ore a cercare di riprodurre il più fedelmente possibile. Mi vedevo nello specchio e, come mi aveva insegnato Ghislaine, immaginavo dietro di me, dietro al mio riflesso, tutto un pubblico, pieno di gente che mi guardava... Una volta terminata la mia canzone, abbassavo il mio microfono, facevo scorrere il filo davanti a me e li lasciavo applaudire e a volte alzarsi, farmi un'ovazione, come Ginette Reno a Place-des-Artes.

Una sera, dopo aver lavato i piatti, sedute tutte e due al tavolo della cucina, la mamma mi ha parlato del suo progetto. E il suo progetto ero io.

Edited by *Francy*
Posted
Eccomi qui dopo aver avuto dei problemi con il pc (ad un certo punto mi è apparsa una schermata che diceva che tutti i dati potevano essere stati cancellati, mi è preso un colpo!!), per fortuna risolti! Questa è l'ultima parte del capitolo 1, dal prossimo comincia la carriera di Céline!

 

Capitolo 1- settima parte

 

 

Non saprei dire se è a grazie a mia madre, ma non sono stata mai trattata come la piccola di famiglia, quella che i più vecchi tollerano difficilmente. Quella a cui sI nascondono determinate cose, a cui si dice: "Non sono cose adatte alla tua età, vai a dormire" o "Capirai più avanti".

Non mi ricordo di essere stata esclusa da conversazioni da adulti, poco importa il soggetto, quando avevo quattro, cinque o dieci anni. Non andavo ancora a scuola che conoscevo tutti i misteri della vita, the birds and the bees, almeno in teoria. Non avevo, a dodici anni, la curiosità delle ragazzine di quell'età per le faccende amorose, né il bisogno o l'urgenza di scoprirle. Le conosevo. Questo spiega perché ho atteso così a lungo, fino all'età di vent'anni -nettamente al di sopra della media, quindi- prima di mettere in pratica le conoscenze teoriche che avevo in questo campo. La sola cosa che si è cercato di nascondermi è stata una malattia. Avevo nove anni quando ho saputo che mia nipote Karine aveva la fibrosi cistica. Ma, in una famiglia numerosa, è molto difficile nascondere qualcosa ad un bambino di quell'età. Avevo intorno a me tutti quei visi sui quali potevo leggere la tristezza, dei lunghi silenzi, e niente più musica la sera dopo cena. Mia madre aveva gli occhi pieni di lacrime. Parlava al telefono con i miei fratelli e sorelle, che non abitavano più con noi; diceva loro a bassa voce che stava per accadere qualcosa di terribile.

E' stato così che ho capito, attraverso le lacrime dei miei genitori, attraverso i loro silenzi e i loro brusii, che Karine, il bebé tutto fresco e tutto rosa di mia sorella Liette, era stato colpito da una grave malattia. Era stata trasportata in ambulanza al Sainte-Justine, l'ospedale per bambini dove ero andata anche io quando ero stata investita. I medici avevano suggerito di farla battezzare al più presto, perché avrebbe avuto forse qualche settimana da vivere. E, se mai fosse sopravvissuta, non sarebbe cresciuta, avrebbe dovuto assumere farmaci ogni giorno della sua vita, probabilmente non sarebbe andata a scuola, avrebbe sofferto molto, e sarebbe stato necessario circondarla continuamente di cure.

Era la prima vera malattia che colpiva la nostra famiglia. I più vecchi si ricordavano della morte violenta di mio nonno Dion. E avevamo perso mia nonna Dion qualche anno prima. Tutti avevano pianto, è chiaro. Ma è nell'ordine delle cose. La nonna era morta dolcemente, al termine di una lunga vita. Verso la fine, credo che non avesse più veramente voglia di vivere. La morte è venuta come una sorta di sollievo, per lei quanto per noi. Ma quando la morte si annuncia all'inizio della vita, ad un bambino appena nato, non si può parlare di sollievo. Assomiglia piuttosto ad una condanna crudele e ingiusta.

Karine non è morta nell'arco di qualche settimana, come avevano temuto certi medici. Per degli anni, mia sorella Liette l'ha circondata, quotidianamente, di cure costanti. Due, tre, cinque volte al giorno, la doveva massaggiare per svuotare i suoi polmoni dal muco che vi si accumulava e le impediva di respirare. Le faceva prendere le sue medicine, le faceva seguire una dieta molto rigida. Tutto senza una speranza fondata. Era questo, credo, il peggio: sapere che la battaglia era persa dall'inizio.

In qualche giorno, ciascuno, nella nostra famiglia, è diventato un esperto di fibrosi cistica. Proprio noi, che avevamo sempre odiato lo studio, passavamo delle serate intere tuffati nella documentazione che i medici avevano consegnato a Liette. E nel vecchio dizionario Larousse, alla ricerca di parole rare o sapendo che ci avremmo trovato ad ogni piè sospinto in questa documentazione, o ancora, per conoscere la localizzazione degli organi e delle ghiandole affette o responsabili: i polmoni, il pancreas, il fegato, il sistema digestivo...Mi ricordo di schede anatomiche che guardavamo sul dizionario. Per capire.

E' necessaria una potente dose di sfortuna per incorrere in questa malattia. Come tutte le malattie, certo. Ma, nel caso della fibrosi cistica, c'è una questione di concomitanze sfortunate che la rende ancora più terribile: è trasmessa al bambino solamente se entrambi i genitori sono portatori del gene.

Mia madre si è informata da tutti quelli che conosceva in famiglia, quella di mio padre e del marito di Liette. Ha scoperto che due dei sette bambini di una delle sue cugine che viveva negli Stati Uniti, e che non aveva visto più da vent'anni, erano affetti dalla malattia.

Nei nostri studi e dalle nostre letture familiari sulla fibrosi cistica, abbiamo imparato che molti ricercatori si interessavano a questa malattia. Ma le ricerche avanzavano lentamente, e necessitavano di somme considerevoli di denaro. Dal primissimo momento della mia carriera, partecipo alle campagne di fininziamento dell'Associazione quebecchese di fibrosi cistica. So che ci sono delle speranze. So che sono stati realizzati progressi importanti. La speranza di vita dei bambini malati è più che raddoppiata. Ma c'è ancora molto da fare...

Eravamo sempre più spesso sole a casa, mia madre e io. Avevo dieci o undici anni. I gemelli uscivano già con il loro gruppo di amici, andavano a pattinare o a vedere degli spettacoli, dei films. Io, a parte mia madre, non avevo amiche, e credo bene che neppure le volessi...

Karine stava, quindi, prendendo un grande spazio nella mia vita. E' stata la prima bambina con cui ho realmente avuto il piacere di comunicare. Non assomigliava per niente agli altri. Anche quando era piccolissima, per i motivi che si sanno, a causa di quel male che aveva dentro di lei, mi faceva sempre pensare alle cose gravi e sconvolgenti, alla morte, di fatto.

E' diventata una ragazza molto seria, con uno sguardo e dei pensieri da adulta, caricata di un fardello che gli altri bambini non portano. All'età di cinque anni, già sapeva che la vita era terribilmente ingiusta...

Non l'ho mai vista correre, nuotare, rotolarsi per terra o arrampicarsi sugli alberi come fanno tutti i bambini. Non poteva nemmeno accarezzare un gatto o camminare in un campo, su una sponda in fiore o in riva al fiume, perché rischiava di soffocare non appena fosse stata esposta alla minima polvere, al minimo polline, alla più debole corrente d'aria. Mangiava con appetito, ma poiché il suo organismo non era in grado di assimilare gli elementi nutritivi degli alimenti, restava magra, pallida, anemica.

Non ricordo di aver mai parlato insieme a lei della sua malattia. Credo che non ne parlasse mai con nessuno. Salvo con Liette, immagino, che era con lei di una pazienza d'angelo e di una dolcezza incredibile. Karine doveva sapere istintivamente che ogni ribellione era inutile. O, forse, non aveva realmente la forza di rivoltarsi, di urlare la rabbia che doveva avere dentro sé. Che io, almeno, avrei avuto se fossi stata al suo posto. Ma so che aveva di tanto in tanto dei periodi di scoraggiamento. E allora, non parlava per dei giorni.

Quando veniva da noi, era con me, soprattutto, che stava, senza dubbio a causa della nostra età. Salivamo tutte e due nella camera delle ragazze. Ascoltavamo la musica per delle ore. Mi guardava cantare davanti allo specchio che Ghislaine non frequentava più, poiché, anche lei, aveva lasciato casa.

Presto, non saremmo rimasti che papà, mamma ed io. Dopo essere stata l'ultima di quattordici figli, ero diventata infine figlia unica.

La mamma lavorava sempre fuori. Ma aveva ormai un grande progetto, fare di me una cantante famosa. Non si è mai interessata dei miei compiti e delle mie lezioni di scuola. In cambio, aveva seguito da vicino i miei progressi in musica. Mi dava consigli, mi proponeva di provare nuove canzoni, oppure mi diceva: "Non imitare quella cantante là, ha una buona voce, ma se ne esce male."

Il nostro modello assoluto, era Ginette Reno, allora la più grande star in Québec. Conoscevo a memoria tutte le canzoni del suo album Je ne suis qu'une chanson. Non solo le parole, ma ogni nota, ogni intonazione che assumeva e che passavo delle ore a cercare di riprodurre il più fedelmente possibile. Mi vedevo nello specchio e, come mi aveva insegnato Ghislaine, immaginavo dietro di me, dietro al mio riflesso, tutto un pubblico, pieno di gente che mi guardava... Una volta terminata la mia canzone, abbassavo il mio microfono, facevo scorrere il filo davanti a me e li lasciavo applaudire e a volte alzarsi, farmi un'ovazione, come Ginette Reno a Place-des-Artes.

Una sera, dopo aver lavato i piatti, sedute tutte e due al tavolo della cucina, la mamma mi ha parlato del suo progetto. E il suo progetto ero io.

 

Ottimissimo lavoro... queste pagine sono davvero emozionantissime... :in_love: :in_love: :in_love:

Frankfurt am main 14 juin 2008

Montréal 12-14-15 fevriér 2009 - l'Italie est ici pour toi!

Las Vegas 15-16-19 march 2011

http://www.celinedionitalia.com/banner.png

Visita CelineDionItalia.com

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Grazie mille :wub:
[size=3][font="Times New Roman"]"A vingt ans elle était la première chanteuse du Québec, à vingt-cinq ans la plus grande star en France, à trente ans la plus grande star americaine, aujourd'hui à quarante ans, et ce n'est pas tous les jours qu'on peut le dire[size=4][/font],[font="Comic Sans MS"][b]elle est la plus grande chanteuse au monde![/b][/font]"[/size][/size]

[i][b]15th-16th-19th March 2011! I Was There in Vegas! By your side![/b][/i]
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Grazie cara Francy! :wub:

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TCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!

Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!

Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!

Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart

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come sempre grazie infinte Francy :flowers: :flowers:

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THE DIVA'S ARRIVAL

Montecarlo, 4th november 2007

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povera Karine :cry: :cry:

cmq grazie mille Francy, as always!!

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Grazie a voi di essere un pubblico così paziente! Domani parto, quindi vi lascio questa parte, sperando di poterne lasciare un'altra domani mattina! Torno martedì, ne approfitto per salutare tutti!

 

 

CAPITOLO DUE- parte prima

 

Mamma vedeva in grande, molto in grande. Avevo 12 anni e voleva fare di me una cantante in grado di riempire la Place-des-Arts per tre settimane consecutive, come Ginette Reno, e fare delle tournées di più mesi in Québec e in Canada.

"E, perché no, perfino in Francia". Per me era un sogno. Ma mia madre era andata ben oltre al sogno. Aveva riflettuto a fondo. Aveva un piano d'azione.

"Se vuoi avanzare, ti serve un agente" mi diceva. "Tuo fratello Michel ne conosce diversi. Si tratta di scegliere quello giusto. O, piuttosto, di essere scelti da quello giusto. Ma, per cominciare, ti servono delle canzoni tutte tue. Un buon agente non vorrà saperne niente di una ragazza che non fa altro che imitare gli altri. Devi mostrargli quello che puoi fare tu, non quello che fanno gli altri".

Non so come le sia venuta quest'idea. Mi rendo conto oggi a che punto mia madre fosse un'artista nell'anima. Aveva un intuito e un istinto infallibili, una profonda conoscenza e un senso innato per lo showbuisiness. Non si può, in effetti, giudicare il valore di una cantante che interpreta una canzone già esistente. Era necessario quindi che creassi qualche canzone inedita perché il buon agente che avessimo trovato, o piuttosto che mi avesse scoperto, sapesse che capivo qualcosa di musica, della struttura di una canzone, che ero realmente capace di cantare. Quello che mia madre mi aveva detto quella sera, sul tavolo della cucina, mi appariva dunque come assolutamente scontato, sebbene non ci avessi mai pensato in modo così preciso. Era giunto il momento per me di fare il grande salto, di cominciare a cantare per davvero con la mia voce.

I miei fratelli Jacques e Daniel mi prepararono dei karaoke di successo a quel tempo sulle quali cantavo. All'inizio, tendevo a riprodurre la melodia che aveva intonato chi mi aveva preceduto. Riproducevo Ghislaine o Ginette, Barbra o Aretha. Ma, poco a poco, ho trovato le mie intonazioni, i miei trucchi, la mia voce.

La mamma mi iscriveva a concorsi amatoriali, a tutti i festivals che si tenevano nella regione, a tutte le feste di quartiere.

Quell'estate avevo una fissazione per Olivia Newton-John. Ero andata a vederla con mio fratello Michel e mia sorella Dada al Forum di Montréal. Riprendevo le sue canzoni in chiave strumentale. Non capivo una sillaba di quello che cantavo, ma ci mettevo tutta l'emozione di cui ero capace, tutti i sentimenti che potevo rendere, alla rinfusa, a caso. Molto pathos su parole tenere, o dolcezza e sussurri là dove sarebbe forse servito un urlo di rabbia, poco importava. Non facevo interpretazione, facevo semplicemente mostra della mia voce, come lo raccomandava il mio agente ad interim, mamma. Una domenica pomeriggio, ho cantato "Let's get Physical" ad una festa di golf di Repentigny. Michel mi aveva presentato un suo amico, Paul Lévesque, che si occupava della carriera di qualche gruppo musicale di hard rock.

Ci ha trovate, me e mia madre, sotto i grandi aceri che costeggiavano il campo da golf. Paul mi ha detto che l'avevo veramente impressionato. Ero all'epoca così sicura di me che mi sarebbe stato difficile credere il contrario. Ma ero felice che un professionista fuori dalla mia famiglia mi avesse sentita e riconoscesse il mio potenziale. Anche Paul era ben cosciente che, per interessare una compagnia discografica, dovevo presentarmi con canzoni originali. Sapeva anche che i produttori non sarebbero venuti a vedermi cantare sul terreno di gioco di Repentigny. Dovevo preparare delle cassette, che Paul si incaricò di far ascoltare. Ma non conosceva compositori, a parte quelli dei suoi gruppi rock che, anche se parlavano tutti francese, scrivevano solo in inglese. Non trovava nemmeno dei musicisti che potessero comporre melodie adatte a me.

Sicuramente non potevo, a dodici anni scarsi, saltare a piedi uniti nel metal urlando e mettendomi a gridare, come i rockettari tatuati che facevano saltare tutti. Né cantare canzoni d'amore rovente. Mi servivano ballate. E dei testi che potessero avere senso nella bocca di un'adolescente.

Infatti, Paul non sapeva più di tanto cosa fare con me, che posto potevo occupare nello showbuisiness.

Poi, un giorno, mia madre mi ha detto:

" Io, piccola mia, ti scriverò delle canzoni"

 

Non sono certa del verbo in corsivo in italiano...ogni tanto mi capita di entrare così tanto nel francese che perdo il senso del suono italiano! Ho provato a ripetermelo un paio di volte, ma ho fatto solo peggio, perché non lo vedevo più lucidamente! In francese è molto più semplice, come per Manzoni!

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merci Francy e buon viaggio!!!!!!!!
Posted (edited)

CAPITOLO DUE- parte seconda

 

Aveva già scritto delle parole su uno dei miei quaderni di scuola. Mi ha allora fatto sentire un abbozzo di melodia. Sono andata a dormire quella sera, con il ritornello della sua canzone in testa. Ero sovreccitata perché, per la prima volta nella mia vita, mi ritrovavo totalmente libera. Potevo non solo scegliere la tonalità sui cui cantare questa canzone, ma anche le note sui cui appoggiarmi, le sillabe che avrei allungato o sulle quali avrei fatto ballare la voce...

Sarebbe stata la mia prima, vera canzone.

Ce n'était qu'un reve

Mais si beau qu'il était vrai...

 

Il ritornello era perfetto. Ma mamma non riusciva a trovare la melodia per le strofe. Ha telefonato a mio fratello Jacques, che lavorava la sera in un bar non lontano da casa nostra. Jacques, come Daniel d'altronde, ha una memoria e un orecchio incredibili. Può ricordare gli spartiti di tutti gli strumenti di una registrazione che ha sentito due o tre volte. Mamma gli ha canticchiato il suo ritornello e le sue strofe al telefono.

Il giorno successivo, è arrivato all'ora di cena con una melodia per le strofe e degli arrangiamenti per il ritornello. Tutto quello che ci mancava era un incatenamento, quello che si è soliti chiamare "bridge", il punto che permette di fare l'andata e il ritorno tra il ritornello e le strofe. E' una cosa molto tecnica e, spesso, la bestia nera dei musicisti.

Jacques e mamma si sono detti che l'avrebbero trovato facilmente "en criant lapin". Ma, per un'ora, hanno provato ogni genere di cose, e niente funzionava.

Dopo due tentativi credevano di aver trovato. Ma li ho scoraggiati dimostrando loro che non andava per niente.

Jacques diceva:

"E' vero mamma, ha ragione"

La seconda volta, mamma ha aggiunto:

"Sarai brava tu, Céline Dion, trovaci allora qualcosa di meglio!"

In effetti, qualcosa avevo trovato, ma non ero completamente sicura. Sarebbe stato necessario poterlo cantare a voce alta o che Jacques facesse la melodia al piano. Era sul punto di partire, quando ho detto:

"Io ho qualcosa che vorrei provare"

Ho illustrato loro il mio tentativo. E Jacques ha esclamato:

"E' così, piccola, hai il tuo bridge!"

Eravamo tanto eccitati che abbiamo rifatto la canzone insieme, parole e musica, una mezza dozzina di volte. Poi Jacques è partito. In ritardo, ma felice.

Qualche giorno più tardi, con i miei fratelli, ho preparato la cassetta di "Ce n'était qu'un reve" e di una seconda canzone che la mamma mi aveva scritto, "Grand-maman". Eravamo tutti ben contenti.

Nel corso dei giorni seguenti, ogni volta che una delle mie sorelle o dei miei fratelli passava per casa, mia madre diceva:

"Ho qualcosa da farti sentire"

E faceva ascoltare loro la mia canzone.

 

Dans un grand jardin enchanté

Tout à coup je me suis retrouvée

Une harpe, des violons jouaient

Ce n'était qu'un reve

Mais si beau qu'il était vrai...

Edited by *Francy*
Posted
Grazieeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee :wub:

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TCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!

Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!

Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!

Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart

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Faccio i miei complimenti a Francy :clap: Thanks a lot :) Sarebbe bello poi fare un'unico file e condividerlo per intero ;)
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Grazie a voi ragazzi! Per me non c'è problema per il file, solo che sono ancora in alto mare con la traduzione, perciò ci sarebbe da aspettare un po'! Magari potremmo aggiungere anche delle immagini alla fine...secondo me verrebbe fuori una cosa carina!
Posted
Grazie a voi ragazzi! Per me non c'è problema per il file, solo che sono ancora in alto mare con la traduzione, perciò ci sarebbe da aspettare un po'! Magari potremmo aggiungere anche delle immagini alla fine...secondo me verrebbe fuori una cosa carina!

 

Ci sarò! :) Grazie ancora.. :D

Posted
io sto già impaginando per bene tutte le traduzioni che ci sta postando francy, se volete alla fine faccio un file pdf e lo posto!

http://www.fileden.com/files/2007/10/23/1534265/cherche_encore.jpg

 

 

 

I bleed but I'm choosing you again.

  • 4 weeks later...
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Mi stavate dando per dispersa? Torno finalmente oggi sul forum dopo le vacanze e i lavoro con questa nuova parte! Spero che vi piaccia!

 

 

L'agente a cui la mi famiglia pensava era naturalmente Paul Lévesque. A quell'epoca, si occupava dei Mahogany Rush, un gruppo rock il cui chitarrista, Frank Marino, era un artista che molti comparavano a Jimmy Hendrix. Era dunque molto più rivolto all'hard rock macho all'americana che verso le ballate sentimentali di un'adolescente ancora sconosciuta. In più, c'era già in Québec una giovane ragazza della mia età, Nathalie Simard, che cantava a Montréal. Aveva persino una trasmissione televisiva! Lévesque non vedeva come potessi distinguermi da lei. Ma apprezzava la mia voce, trovava che fossi in grado di commuovere e che rilasciassi un'energia in grado di "spaccare tutto".

Dopo una riunione di famiglia, i miei genitori hanno quindi firmato un contratto con lui. Era poco prima delle festività del 1980, l'anno dei miei dodici anni. Paul, dal canto suo, non aveva ancora trent'anni, ma era un uomo responsabile, molto meticoloso, molto rispettoso della legge, dai valori ferrei. Si era incaricato di trovarmi una buona compagnia discografica, un produttore competente, tutto quello che serviva per far di me una vedette. Ma c'era, tra lui e noi, una sorta di incompatibilità culturale che, sin dall'inizio, ha complicato le cose. Era stupito, per non dire impaurito, dal nostro modo di vivere molto bohème, molto da artisti.

Per esempio, il fatto che mancassi spesso a scuola senza che nessuno a casa se ne preoccupasse lo scandalizzava. La legge non poteva tollerare che la carriera di una ragazzina di dodici anni compromettesse i suoi studi. Personalmente, me ne fregavo. Speravo solamente di cantare, e dimenticare la matematica, la geografia, la storia e il resto. Ma Paul era inquieto, temeva che la scuola avrebbe segnalato le mie assenze ripetute e che il suo contratto d'agente venisse annullato. Un giorno, ha persino inviato ai miei genitori una messa in mora esortandoli a mandarmici regolarmente. Ha fatto comunque realizzare in studio delle basi un po' più elaborate di tre canzoni "Chante-la ta chanson", una cover di Jean Lapointe, "Ce nétait qu'un reve" e "Grand-maman". Ma tutti gli approcci che tentava verso le compagnie di dischi si rivelarono infruttuose. In realtà, non capiva molto bene in che categoria collocarmi, né cosa farmi cantare.

Non so chi, tra Paul Lévesque, mamma o Michel, ha avuto l'idea di far pervenire la nostra registrazione a René Angélil. Ma so che tutti erano d'accordo. Angélil era allora il più importante produttore di dischi del paese. Era l'agente di Ginette Reno, il mio idolo. Aveva prodotto lui il suo album Je ne suis qu'une chanson, il più grande successo di tutta la storia discografica canadese, qualcosa come trecento mila esemplari venduti. Ne conoscevo tutte le canzoni a memoria.

Penso che sia stato Paul Lévesque ad incaricarsi di fargli giungere il nostro pacco, quella cassetta contenente tutte le nostre speranze che mia madre aveva imballato in della carta kraft, con un nastro rosso e un piccolo fiocco, come un regalo.

"A partire da ora" mi diceva "incrocia le dita. E continua a cantare."

Un tempo che mi è sembrato molto lungo, due settimane forse, senza avere notizie. Era inverno. Il tempo era grigio e freddo. Tornavo da scuola correndo. Nessuna notizia.

Per paura di perdere la chiamata di René Angélil, mia madre si era organizzata perché ci fosse sempre qualcuno a casa. Quando rientrava dal lavoro, prendeva il cambio di Jacques, Ghislaine o Daniel. Ma ancora niente.

Io ero delusa. Lei era furiosa.

"Potrebbe almeno rispondere", diceva "potrebbe almeno essere educato. Se non gli è piaciuta la nostra canzone, che almeno ci dica perché! E se è troppo senza cuore per dirlo, almeno che ci rispedisca la cassetta!"

"Forse quel tipo ha altre gatte da pelare" diceva Ghislaine "E' l'agente di Ginette Reno. Non deve avere il tempo per ascoltare tutte le cassette che riceve. Forse non ne ascolta nemmeno una."

"Sarei piuttosto stupita se si cercasse altro lavoro" aggiungeva Claudette.

Avevano ragione. René Angélil guidava già la più importante carriera in Québec. Si poteva leggere sui giornali a che punto la sua artista, Ginette Reno, fosse sul punto di sbarcare in Francia. Cantava già a Las Vegas e alla televisione americana. Perché René Angélil avrebbe dovuto impicciarsi con una seconda cantante e imbarcarsi in un progetto in cui c'era tutto da fare?

"Se ti sentrà anche solo una volta, non esiterà ad impicciarsi con te!" ha detto Michel, che aveva incontrato René in più di un'occasione.

Michel è testardo. Quello che ha in testa non ce l'ha mai ai piedi. Ha telefonato e ritelefonato all'ufficio di René Angélil finché non ha preso la linea. Ero dietro di lui. Gli ha detto, per cominciare:

"So che non hai ascoltato alla cassetta che mia sorella ti ha mandato. Perché, se l'avessi fatto, ci avresti già richiamati."

Angélil ha riso. Ha detto a mio fratello che effettivamente non aveva avuto il tempo di ascoltare la mia cassetta, ma che l'avrebbe fatto nei prossimi giorni. Promesso.

"Quanti anni ha, tua sorella?

Michel ha esitato un attimo.

"Dodici anni..."

Sapeva bene che non era un atout. Nathalie Simard cantava molto bene e faceva dischi e spettacoli che andavano alla grande.

"Il settore è già occupato" gli ha fatto Angélil.

"Non ha niente a che vedere" ha risposto Michel "Mia sorella ha la stessa età, ma non è una ragazzina che canta. E' una vera cantante. Ascoltala, vedrai. E' questione di una decina di minuti. E potrebbe cambiarti la vita, mi capisci, potrebbe cambiare la tua vita."

Angélil ha dovuto ridere ancora. Michel ha riattaccato. Poi mi ha detto:

"Richiamerà, ne sono certo"

Dieci minuti più tardi, il telefono è squillato. Michel ha alzato la cornetta, e l'ho sentito dire:

"Te l'avevo detto eh!"

Poi hanno riso insieme. Michel ha aggiunto: "Certo che può! Dove vuoi, quando vuoi."

Ha scribacchiato un indirizzo sul muro, a lato del telefono. Ha riattaccato e si è girato verso di me. "René Angélil vuole vederti oggi pomeriggio, alle due."

Non lo sapevamo ancora, ma quel colpo di telefono ci stava per cambiare la vita. Non solo la mia, ma quella di tutta la mia famiglia. E quella di René Angélil.

 

 

Oggi sono io a ringraziare voi! Grazie mille per la vostrà disponibilità e la vostra pazienza!

Posted

Ma Grazie! :wub:

 

Francy che parte è l'ultima che hai messo?

Capitolo 2 parte terza?

 

:D

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TCH World Tour, Milan 03.07.08 I WAS THERE!

Céline, Las Vegas 15.03.11 I WAS THERE!

Céline, Las Vegas 19.03.11 I WAS THERE!

Thanks to all of you for the beatiful experience in Las Vegas. Céline forever in my heart

Posted

Bentornata Francy :flowers:

 

non deve ringraziarci tu....siamo noi sempre in debito con te!!!! Grazie mille!!!! :clap:

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THE DIVA'S ARRIVAL

Montecarlo, 4th november 2007

Posted

Grazie Martina (mi permetto di chimarti per nome sperando di aver beccato quello giusto, a nomi sono ancora messa maluccio!)!

 

CAPITOLO 2- parte quarta

 

Quando mia madre mi aveva esposto il piano di carriera concepito per me, sentivo che tutto era logico e possibile, sicuro e certo. Credo che, in fondo, io non abbia mai dubitato che le cose si sarebbero svolte in questo modo, cioè bene, più che bene. Sapevo che avevo tutto quello che era necessario per uscirne vincitrice. Che persino la fortuna era con me. E sapevo perfettamente dove volevo arrivare nella vita. Senza ombra di dubbio.

Sono nata e vissuta in un ambiente non come gli altri, circondata da adulti che si occupavano molto di me. E che, soprattutto, mi hanno dato uno scopo nella vita. Questo, secondo me, rappresenta dopo la salute, la cosa più preziosa che si possa avere in questo mondo.

Credo che la scuola dovrebbe idealmente dare ai giovani gli scopi della vita e i modi per raggiungerli. Non c'è che questo che conti. Io ho ricevuto questo a casa: un fine, il desiderio e gli scopi di raggiungerlo. Avevo dunque in me questo sogno totale per il quale ero pronta a tutti i sacrifici e tutte le follie. Quel sogno non l'ho inventato, l'ho ereditato alla mia nascita. Era stato concepito e portato avanti da mia madre, mio padre e i miei tredici fratelli e sorelle. Ce l'avevo dunque nel sangue quando sono nata. Come la musica. Come i tratti di mia madre e di mio padre. Avevo anche una voce, e l'orecchio, cosa che, devo ben confessarlo, non è data a tutti. Per tutto questo, ogni giorno della mia vita, ringrazio il buon Dio.

Le mie sorelle Claudette e Ghislaine, mio fratello Michel facevano canzoni, dischi, spettacoli, e anche qualcosa in tv. Andavo a vederli cantare, erano i miei idoli. Realmente. E questa familiarità con i miei idoli ha segnato tutta la mia vita...

La maggior parte delle persone credono che i loro idoli siano degli esseri inaccessibili e intoccabili, che vivono in un altro mondo in cui loro non metteranno mai i piedi. Io, la maggior parte dei miei idoli, li vedevo tutti i giorni, molto da vicino, mangiavo alla loro tavola, dormivo nelle loro camere, indossavo i loro vestiti e le loro scarpe coi tacchi alti per divertirmi. Mi accompagnavano al ristorante e ai negozi, andavo a vederli cantare praticamente tutte le sere, e mi dicevano che avrei cantato con loro un giorno alla televisione, alla Place-des-Arts, forse anche all'Olympia. Mi parlavano anche di Broadway, così come dei grandi spettacoli di Las Vegas. Aggiungevano che avremmo fatto dei dischi insieme.

Non sono dunque io che ho fatto questo sogno di una grande carriera. Sono stati i miei genitori, le mie sorelle e i miei fratelli, che me l'hanno trasmesso. E quel sogno, il loro sogno, mi ha trasportato, come un fiume molto forte che aveva attraversato da un capo all'altro la storia della mia famiglia, da mio padre ai miei nonni, i miei zii e le mie zie, tanto dalla parte dei Dion quanto da quella dei Tanguay, che erano praticamente tutti cantanti e violinisti, suonatori di fisarmonica o di armonica...

Nel mio spirito, non c'erano dunque barriere o fossati tra il mondo dello showbuisiness e me. Ho creduto a lungo che non ce ne fossero per nessuno. Quando guardavo Ginette Reno alla televisione, Aretha Franklin, Olivia Newton John, o quando andavo a vedere mio fratello Michel o mia sorella Ghislaine al Vieux Baril, mi interessavo alla loro tecnica vocale, alla loro gestualità. Mi dicevo che avrei potuto, con della pratica, fare un giorno bene quanto loro...

In fin dei conti, lo scopo a cui aspiravo, quello di divenire una grande cantante, mi sembrava completamente ragionevole e accessibile. Direi anche quasi inevitabile. Ci credevo, per metterla così. Avevo fede. Per chi vuole riuscire nella canzone, come nell' hockey, nella pittura o nella falegnameria, la fede è un domo assolutamente prezioso. Altrettanto necessario, direi, della voce. Credevo dunque in me, nella mia stella. Allo stesso tempo, sapevo che sarebbe stato necessario lavorare duro. Ma questo non mi faceva paura. I miei fratelli e sorelle, mio padre, mia madre, tutto il mondo attorno a me, ha sempre lavorato duro.

Così, capendo che, per andare fino in fondo ai propri sogni, era necessario remare, mi sono messa a remare con tutte le mie forze. Tutto quello che avevo, talento, energia, fascino, tempo, determinazione, volontà, speranza, senza dubbio anche in candore e ingenuità, l'ho investito in quest'impresa, in questo progetto che mia mamma mi aveva illustrato una sera nella piccola cucina della nostra casa a Charlemagne. Tutti i sacrifici, li ho fatti. Con piacere. E sono stata profondamente felice.

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Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie Grazie!!
Posted

Grazie Francy!!!! :flowers:

 

si io mi chiamo Martina.....piacere!!!!! ^_^

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THE DIVA'S ARRIVAL

Montecarlo, 4th november 2007

Posted

Perfetto, piacere mio! Dopo un anno e mezzo di permanenza sul forum comincio ad imparare qualche nome :P ! Questo week end sono stata in montagna e ho riletto tutto il libro dall'inizio alla fine, soffrendo anche un po' il mal d'auto al ritorno perché mi ha proprio preso di nuovo! Ragazzi non c'è niente da fare...letto tutto in un colpo è strepitoso! Sembra davvero una favola!

 

CAPITOLO 2- parte 5

 

Ho qualche flash molto preciso del mio primo incontro con René Angélil, l'uomo che stava per occupare un posto così importantenella mia carriera, nella mia vita, nel mio cuore. Indossava un completo marrone, c'era un tavolo da backgammon in un angolo, un enorme sistema di suono vicinissimo ala finestra. Ma la scena è stata raccontata tante volte e da così tanta gente che abbiamo oggi, René, mia madre e io, che l'avevamo effettivamente vissuto, difficoltà a ritrovare la versione originale. Ognuno di noi ha la sua versione dei fatti e la sua visione dei luoghi.

Mi ricordo che l'ufficio era pittosto semplice. Può essere che lo fosse anche il giorno, visto che c'erano delle grandi finestre che davano sui tetti e, nonostante questo, pochissima luce entrava in quello studio. Si vedeva, dall'altro lato della strada, in diagonale, la grossa costruzione quadrata di Télé-Métropole. E, in lontananza, l'imponente struttura in ferro del ponte Jacques-Cartier che sembrava posato sulla città. Si stava bene, molto freschi, in quella stanza.

René era in piedi, dietro alla sua scrivania. Trovavo anche lui molto semplice. Era estremamente educato, "un signore", come direbbe mia madre. Ma non sorrideva. Ci aveva fatte sedere e lui restava in piedi, schiena alla finestra, cosicché distinguavamo a malapena i tratti del suo viso. Credo che si rivolgesse più a mia madre che a me. Diceva che aveva ascoltato le mie cassette e che trovava la mia voce molto bella. E là, ad un tratto, mi sono sentita estremamente intimidita.

Quell'uomo che parlava così della mia voce, l'avevo più volte visto alla televisione, o nei giornali. Era stato anche lui una grande star della canzone negli anni 60, con un gruppo, Les Baronets, che riprendevano in francese i successi dei Beatles.

Non conoscevo veramente i Baronets, era storia antica per me. Ma l'agente quebecchese René Angélil, era rimasto d'attualità. Sua moglie, Anne-Renée, era pure molto conosciuta come cantante e presentatrice televisiva.

Ha finito per sedersi e mi ha chiesto se volessi cantare per lui. Là, nel suo studio, senza musica. Anche mia madre mi guardava. C'è stato un silenzio lungo un secolo. E mamma ha detto:

"Non è abituata così, senza microfono."

Allora mi ha teso una grossa penna. E mi ha detto con una voce molto dolce:

"Fai finta che sia questo il tuo microfono, vuoi?"

Continuava a non sorridere. Mi sembrava triste, ma la sua voce era di una dolcezza avvolgente, calda, serena.

"Cantaci la tua canzone, come se fossi a Place-des-Arts"

L'avevo fatto centinaia di volte davanti allo specchio di camera mia. Ma allora, mi vedevo cantare. E avevo un accompagnamento. Avevo anche cantato, una dozzina di volte, in concorsi amatoriali. Ma mai nel vuoto, senza nessuna musica e con due persone davanti tra cui un uomo triste che conoscevo a malapena.

Sapevo che dovevo andare, sforzarmi, cantare. Non avevo più scelta.

Mi sono alzata, mi sono piazzata davanti alla porta dell'ufficio per avere davanti a me più spazio possibile. Mia madre ha dovuto girarsi per vedermi. Ho portato la penna alle labbra e ho cominciato a cantare.

 

Dans un grand jardin enchanté

Tout à coup je me suis retrouvée...

In seguito, mi sono sentita veramente bene.

Sembrava (al dire di mia madre e René) che avessi cantato realmente come se fossi a Place-des-Arts, come se vedessi gli spettatori sulle loro poltrone, e li guardassi dritti negli occhi, quelli nel parterre, quelli in galleria e quelli sugli spalti. Di tanto in tanto, guardavo lui, René Angélil. Me ne ricordo molto bene. Perché ho visto, ad un certo punto, che aveva le lacrime agli occhi. Mi sono detta allora che ce l'avevo fatta. Non ho mai visto un uomo piangere ascoltando qualcuno. Credo che anche mia madre fosse divertitamente sorpresa.

Finita la mia canzone, altro silenzio lungo un secolo. René si asciugava gli occhi. Poi ha detto, come se non avessimo visto niente, sempre con una voce molto dolce:

"Mi hai fatto piangere."

Ancora non lo conoscevo veramente, ma ho sentito che questo voleva dire tutto.

Posted

oddio sto per piangere anche io!

e ovviamente un mega grazie Francy!!

Posted
Francy davvero grazie grazie di cuore!!!!!!!!!!!!!

Everything is possible if you believe in yourself

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Milano-3 luglio 2008

Montreal 12-14-15 febbraio 2009

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CAPITOLO 2- parte 6

 

Bisognava avere sangue freddo e una buona dose di senso dell'umorismo per entrare nella nostra famiglia senza sentirsi offesi o spaventati. Amavamo molto prenderci gioco della gente. Era stato mio padre a insegnarcelo. Quando un estraneo arrivava da noi, gli facevamo sempre subire una sorta di test. Se ne usciva indenne, lo adottavamo a vita. I miei fratelli e le mie sorelle avevano lasciato casa uno dopo l'altro, ma abitavano tutti nei paraggi, e facevamo ancora spesso musica insieme, la sera e nei finesettimana.

La prima volta che René Angélil ha messo piede a casa, ha avuto diritto a una parodia ben preparata del suo vecchio gruppo, Les Baronets. Eravamo fieri, e molto impressionati, di ricevere a casa nostra questo uomo conosciuto in tutto il Québec. Il suo arrivo davanti alla porta di casa non poteva certo passare inosservato. Conduceva una Buick Le Sabre d'annata, il genere di auto che ogni ragazzo sogna. Ma, siccome siamo un pizzico insolenti a casa nostra, celebre o no, René Angélil non è sfuggito alla tradizione. I miei fratelli avevano ripetuto, imitandone le voci, i gesti, la mimica, uno dei grossi successi del famoso trio, "C'est fou, mais c'est tout", una fedele versione di "Hold me tight" dei Beatles.

E René ha veramente riso tanto. Poi la famiglia ha parlato molto con lui, dei Beatles, dei Beach Boys, dei cantanti rock degli anni 50 e 60. E di Elvis, sicuro.

Avevamo capito, da quel primo incontro, a che punto René adorava il King. Conosceva tutte le sue canzoni a memoria e ne ha cantato delle ampie parti con mia madre e Clément, anche loro grandi fans di Elvis Presley. Ha raccontato che era andato ai suoi funerali, a Memphis, con Johnny Farago, di cui era stato l'agente. All'epoca, Farago faceva carriera imitando Elvis. Si erano fatti passare entrambi per giornalisti di Radio-Canada e avevano potuto seguire il corteo funebre fino all'interno del cimitero vietato al grande pubblico. René aveva ogni tipo di storie di questo genere, che raccontava con una moltitudine di dettagli. Poteva anche durare delle ore. Adoravamo stare ad ascoltarlo.

Aveva superato il test in modo molto distinto. Faceva ormai parte della famiglia. Le mie sorelle e mia madre lo trovavano molto bello. Era vero che aveva degli occhi magnifici e, come dicevano Denise e Claudette, o forse Ghislaine, "uno sguardo di velluto". Era sempre molto elegante. E aveva un lato misterioso, esotico...il genere di seduttore tranquillo, sicuro di sé.

Avevamo sempre vissuto in un piccolo mondo, chiuso, popolato esclusivamente di Quebecchesi francofoni di origine. Lui veniva da lontano, da un altro mondo. I suoi erano libanesi, parlavano più lingue. Ai nostri occhi, aveva una classe infinita. Ci faceva l'effetto di un principe esiliato.

All'inizio, quando veniva a casa, parlava per delle ore, di tutto e di niente, oltre che di quello che intendeva fare di me. Poi, prima di partire, sempre in modo discreto, passava alle cose serie. La prima volta, aveva già la sua giacca sulla schiena, quando ha detto ai miei genitori:

"Se vi fidate di me, vi garantisco che in conque anni vostra figlia sarà una vedette importante in Québec e in Francia."

Ci ha fatto sapere, quella stessa sera, che non era più il manager di Ginette Reno. Nessuno ha osato chiedergli che cosa fosse successo. Molto più tardi, abbiamo saputo che lei aveva preferito volare con le proprie ali. E che René era stato molto abbattuto e umiliato per la sua partenza.

Una volta, sempre sul punto di mettere in naso fuori dalla porta, ci ha parlato di uno scrittore di canzoni che conosceva, un Francese di Francia, che avrebbe potuto scrivermi delle canzoni.

"E' il migliore", diceva a mia madre. "Ha offerto testi a Edith Piaf, a Yves Montand, a Mireille Mathieu, persino a Barbra Streisand. Quando avrà sentito Céline, ne scriverà anche per lei."

Ma, perché quest'uomo mi potesse sentire, serviva, secondo René, rifare la registrazione di "Ce n'était qu'un reve" e di "Grand-maman". In un vero studio, con dei veri violini, dei nuovi arrangiamenti, su un tempo un po' più lento.

Ha chiesto al pianista Daniel Hétu, che avevamo visto alla televisione, di preparare nuove tracce d'orchestra per le mie due canzoni. Poi, una sera, è passato a prenderci (i miei genitori, Jacques, Michel, credo, forse Ghislaine) per accompagnarci allo studio Saint-Charles, a Longueuil. Ci ha presentato uno ad uno ai tecnici e a Daniel Hétu, come se fossimo le persone più importanti al mondo. Quando è arrivato a me, ha detto loro:

"Aspettate di sentirla cantare. Cadrete per terra."

Mi fece piacere, sicuro. Ma avrei preferito che non l'avesse sbandierato così tanto. Quei tecnici erano i migliori, secondo lui (a sentirlo, eravamo tutti i migliori in tutto). Avevano lavorato con Ginette Reno e molti altri cantanti con un'esperienza infinitamente superiore alla mia...

Stavo per capire che, con René Angélil, la barra dell'ostacolo è sempre molto alta, per non dire troppo alta. E' abbastanza spaventoso, ma stimolante. Sono sempre le più grosse sfide che ci si possa immaginare. E' come dire a tutti: "Ascoltatemi bene, guardate quello che posso fare. Non ve ne dimenticherete"

Se mi fossi lasciata intimidire quella sera là, se non avessi creduto di far "cadere per terra" delle persone così esperte, forse, a quest'ora, tutto sarebbe finito tra di noi. Avrei dato solo metà, un quarto, di me stessa. Ma, sono fatta così, dalle prime note dimentico tutto e trovo una grande fiducia in me stessa. Lascio libera la mia voce. Non la sforzo, è lei che mi trascina.

Di fatto, nessuno è caduto a terra, ma ho dato tutto, ho cantato al massimo delle mie forze, trattenendomi quando era necessario, con fiducia, con il cuore... Oggi, quasi vent'anni più tardi, quando riascolto quella registrazione, ne ritrovo tutta la passione. La voce che sento è a momenti maldestra, ma è giusta, e soprattutto è abitata. C'è qualcuno là dentro, una ragazzina di tredici anni che voleva far cadere tutti per terra.

Poi, tutto si è svolto molto in fretta.

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